Articoli tratti da "Alert Diver"

Riprodotti per gentile concessione di DAN Europe

In questa pagina sono riprodotti articoli apparsi nel periodico trimestrale Alert Diver del DAN associazione no profit da tutti conosciuta e stimata. Riteniamo questi articoli per la loro importanza utili per aumentare la nostra sicurezza, conoscere problematiche poco note praticando il nostro sport con sempre maggiore conoscenza.

2° trimestre 2005

3° trimestre 2005

4° trimestre 2005



2° trimestre 2005

Editoriale Dr. Alessandro Marroni

La campagna di sicurezza per la prevenzione degli incidenti da natante e da elica
Di Sergio Discepolo e manuele Bonacina, DAN Europe Comunication Department

Gli attacchi di panico nei subacquei Di John R. Yarbrough, Ph.D


Editoriale

Cari membri DAN Europe, Questo numero del nostro periodico si occupa di una questione molto importante e purtroppo frequentemente trascurata per la salvaguardia dei subacquei: il problema della sicurezza "passiva" riguardo agli incidenti provocati dalle barche in generale, ed in particolare da quelle a motore. Perché la chiamiamo "passiva"? Semplice: perché non c'è niente che un sub possa fare per difendersi dai conducenti delle barche di passaggio, i quali non si preoccupano dei segnali di un subacqueo in immersione o ignorano le norme che la legge impone per prevenire gli incidenti ed i seri traumi conseguenti. I rischi del subacqueo di essere la vittima "passiva" dell'ignoranza e della disattenzione "attive" di un pilota della barca! Tutti voi ricorderete che, due anni fa, il DAN Europe ha intrapreso una campagna di prevenzione e che ha fatto stampare, rendendoli gratuitamente disponibili, decine di migliaia di autoadesivi e di poster multilingue. Tutto ciò allo scopo di informare i conducenti delle imbarcazioni sul corretto comportamento per evitare di passare sui subacquei con le loro barche. Questi autoadesivi sono stati distribuiti dappertutto: in Europa, nell'area del Mediterraneo, nel Mar Rosso ed alle Maldive e speriamo, in tal modo, di aver contribuito a formare una miglior consapevolezza ed una maggior sicurezza. Mentre producevamo e distribuivamo gli autoadesivi, abbiamo anche dato il via ad una campagna per la raccolta dei dati sugli incidenti che hanno visto coinvolti le barche ed i subacquei. La risposta è stata sorprendente, compensandoci per gli sforzi messi in atto, poiché il numero di avvenimenti segnalati è stato davvero impressionante! Questo tipo di incidente, troppo comunemente non segnalalo, ha così mostrato di essere purtroppo più frequente di quanto previsto e che spesso produce traumi gravi ed invalidanti o addirittura la morte della vittima. Abbiamo quindi deciso di pubblicare il primo rapporto preliminare sui dati delle segnalazioni che abbiamo ricevuto. Leggetelo con attenzione, per favore, ed aiutateci a promuovere la diffusione delle informazioni chiedendoci più autoadesivi e manifesti e trasmettendoci tutte le informazioni inerenti gli avvenimenti di cui siete stati involontari testimoni (per avere maggiori dettagli ed informazioni su questa campagna di sicurezza visitate il nostro sito Web e "cliccate" con il mouse su "le campagne di sicurezza" sulla colonna di sinistra della pagina in Italiano). La seconda importante informazione che troverete in questo numero è l'annuncio dell'lnternational Divers Day (Giornata Internazionale dei Subacquei), che si terrà il 24 settembre prossimo a Roma.
La Giornata Internazionale dei Subacquei è una conferenza sulla Medicina Subacquea e sulla Sicurezza che viene organizzata tradizionalmente dal DAN International una volta all'anno in occasione del Meeting dei Direttori dell'IDAN. Le riunioni annuali del DAN International sono itineranti, e così lo è anche la Giornata Internazionale dei Subacquei. Ogni 5 anni ai subacquei di una delle cinque regioni dell'IDAN viene quindi data l'occasione di venire a contatto con i vertici dell'organizzazione DAN Mondiale e di ascoltare direttamente dai maggiori esperti internazionali in materia i più recenti progressi raggiunti dalla Medicina Subacquea e dalla Sicurezza in immersione. Speriamo che, questo anno, molti di voi possano assistere a questo evento mentre si godono il clima di settembre a Roma! Per coloro che sono particolarmente "subacqueo-dipendenti" è stata anche organizzata una interessante immersione nella riserva marina di " Tor Paterno", al largo di Roma. Questa immersione contribuirà al Dive Data Collection, cioè alla accolta dei dati per il Diving Safety Laboratory Research, il programma di ricerca sulla sicurezza in immersione del DAN Europe. Per ricevere maggiori informazioni e per poter partecipare al congresso visitate il nostro sito Web e "cliccate" su "eventi". Come di solito, su questo numero sono pubblicati anche altri interessanti articoli sui "punti chiave" per la sicurezza dei subacquei, quali quello sul Panico nei Subacquei e quello sulla Disinfezione dell'Attrezzatura per l'immersione.

Buona lettura! Acque chiare a tutti voi!

Prof. Alessandro Marroni, M.D.
Presidente DAN Europe
Presidente International DAN

 

La campagna di sicurezza per la prevenzione degli incidenti da natante e da elica
Di Sergio Discepolo e manuele Bonacina, DAN Europe Comunication Department

Negli ultimi anni sempre più spesso ci capita di sentire, mentre siamo sottacqua, il rombo delle eliche che sfrecciano in superficie nei pressi dei punti di immersione.
Finché si è in profondità quasi nessun pericolo, a parte la "caduta ancore" ed il fastidiosissimo rumore che, a causa della elevata densità dell'acqua, si sente molto più forte e spaventa la fauna che con molta cautela stavamo magari proprio in quel momento cercando di avvicinare. Diverso invece quando, ormai finita l'immersione, si è soliti fermarsi pochi metri sotto il pelo dell'acqua per permettere all'azoto accumulato di fuoriuscire nel corso delle tappe di deco o della semplice sosta di sicurezza, soprattutto durante i corsi, quando non si ha ancora dimestichezza con il corretto mantenimento dell'assetto e può capitare di ritrovarsi involontariamente in superficie.
È proprio questa, infatti, insieme al momento della riemersione definitiva, la circostanza più pericolosa, poiché si è in balìa delle eliche e delle carene delle imbarcazioni di passaggio nonostante tutte le precauzioni prese, palloni segna-sub e/o bandierine sulla barca appoggio comprese.
Il risalire lungo la cima del pallone o della parete, infatti, non ci mette completamente al riparo dal pericolo poiché le imbarcazioni più piccole che quindi "pescano" poco, sono in grado d avvicinarsi anche ai picchi più scoscesi per gettare l'ancora non troppo in profondità e fare meno fatica, poi, al momento di salpare. Il subacqueo in apnea inoltre, a differenza di colui che utilizza il gruppo ARA, effettua ripetute discese e risalite, quindi rimane per un tempo molto maggiore in o nei pressi della superficie ed è perciò ancor più esposto al pericolo di incidenti.
Un po' meno topico, ma altrettanto preoccupante, è quando siamo sul fondo ed il rumore del motore si sente più cupo e sordo, poiché è sintomo che la barca è in fase di avvicinamento ed ancoraggio ed allora cominciano gli sguardi verso la superficie, proprio per evitare che l'ancora, sovente gettata a ridosso degli scogli, ci piova addosso, cosa che ormai accade sempre più frequentemente.
Chi, infatti, soprattutto tra i sub del Mediterraneo, non ha mai visto un'ancora posarsi pesantemente sul fondo o risalire velocemente e pericolosamente vicina mentre stava tranquillamente esplorando gli anfratti del fondale nei pressi del proprio "pallone segnasub"? Chi pratica l'attività subacquea con una certa frequenza sa perfettamente quanto sia rischiosa la riemersione proprio a causa delle troppe imbarcazioni che incrociano nei pressi delle zone di immersione malgrado la presenza dei palloni di segnalazione e delle barche appoggio dotate di bandiera regolamentare. A nulla valgono le intimidazioni di coloro che stanno in barca, lo sbracciarsi e le grida di avvertimento: anzi, spesso addirittura ci si ritrova a venir scherniti o insultati, se non peggio, come risulta da numerose segnalazioni pervenuteci.
Talvolta ci è capitato addirittura di assistere a "tentativi di recupero" dei segnali (l'imbarcazione di passaggio si avvicina più o meno lentamente alla boa segnasub e cerca di tirarla in barca) da parte di ignari diportisti incuriositi da quell' "insolito palloncino con annessa bandierina" e tanti altri subacquei ci hanno confermato che questo accade, purtroppo, di sovente. E sì che chi comanda un'imbarcazione, sia pur essa di modeste dimensioni, dovrebbe almeno conoscere le regole fondamentali di una sicura navigazione sottocosta.
La legge, recentemente modificata da una direttiva del Ministro dei Trasporti proprio al riguardo delle norme inerenti la tutela dei bagnanti e dei subacquei, istituisce nuovi indirizzi in materia di controllo della navigazione e di previsione di norme sulla sua sicurezza, definita dal Ministro una priorità assoluta (http://www.guardiacostiera.it/ACFE38/dire-tiive2004pdf.zip): impone infatti ai subacquei in immersione di segnalarsi con una boa dotata di bandiera rossa con striscia diagonale bianca, oppure, in alternativa, da una bandiera rossa con striscia diagonale bianca issata sul mezzo nautico d'appoggio; il subacqueo deve inoltre operare nel raggio di 50 metri dalla boa di segnalazione o dal mezzo nautico su cui è issata detta bandiera, mentre le imbarcazioni di passaggio devono transitare a non meno di 100 metri di distanza dai segnali. Il popolo dei subacquei è perfettamente a conoscenza di queste norme e la stragrande maggioranza di esso (oltre il 97%) le applica scrupolosamente, come avremo modo di vedere in seguito.
Gli incidenti provocati dal risucchio causato dal moto dell'elica o dall'urto contro la carena dell'imbarcazione derivano molto spesso dalla distrazione o dalla ignoranza, da parte dei conducenti delle imbarcazioni, del significato dei segnali di sub in immersione e delle norme da rispettare per evitare collisioni ed incidenti; in gran parte ciò è dovuto anche al fatto che in diversi Paesi chiunque può porsi alla guida di un mezzo spinto da un motore con potenza fino a 40 cavalli, a patto di avere più di 16 anni e di navigare entro le 6 miglia, anche se non si è a conoscenza delle norme che regolano il transito delle imbarcazioni.
Discorso a parte, invece, va fatto per coloro che, pur essendo perfettamente a conoscenza delle norme, le ignorano volutamente, per i motivi più disparati. Tra questi vanno purtroppo annoverati proprio alcuni tra coloro che sono gli "addetti ai lavori" e cioè i proprietari di imbarcazioni e /o di diving che accompagnano i gruppi di subacquei sui luoghi di immersione (il 25-45% delle imbarcazioni segnalate per aver provocato o sfiorato l'incidente è risultato appartenere a questa categoria) o, seppur molto più raramente, addirittura da coloro che son deputati a far rispettare le norme (Capitaneria di Porto).
Questo appare abbastanza logico, considerando il fatto che sui più noti siti di immersione si convogliano le attenzioni della maggior parte di coloro che frequentano la zona e così capita che in poche decine di metri quadri di mare si concentrino diverse imbarcazioni. E' vero che talvolta i "cappelli" delle secche sono piccoli e, per poter ancorare, occorre necessariamente avvicinarsi alle altre imbarcazioni eventualmente presenti, ma nel farlo occorrerebbe una maggior prudenza sia all'arrivo che alla partenza.
In ogni caso, l'unico sistema per provare a ridurre il bilancio di questi tragici incidenti è una campagna di sensibilizzazione e di diffusione della regola della disianza, in modo da far sì che un sempre maggior numero di conducenti di imbarcazioni sia cosciente del fatto che il pallone e/o la bandiera rossa con striscia diago¬nale bianca significa che in quella zona vi è almeno un sub in acqua e che quindi, per evitare di investirlo con la barca o, peggio, con le eliche del motore, è necessario transitare ad almeno 100 metri di distanza o, dovendo necessariamente avvicinarsi, almeno farlo con accortezza e maggior prudenza, facendo caso alle bolle in superficie e magari accostarsi a motore spento o in folle. Quello della sicurezza dei sub in acqua, nei confronti dei natanti che sono sempre più numerosi nei pressi dei più noti ed interessanti punti di immersione, è insomma un problema ed un disagio comune e diffuso, molto sentito da tutta la comunità subacquea (apneisti e cosiddetti bombolari) in tutto il mondo. Ne è la prova la grande quantità di segnalazioni e testimonianze (https://www.daneuro-pe.org) che ci sono pervenute da moltissimi Paesi in seguito alla Campagna di Sicurezza per la Prevenzione degli Incidenti da Natante e da Elica che il DAN Europe ha intrapreso, nell'ambito di quell'impegno che il DAN ha sempre profuso a sostegno della sicurezza dell'attività subacquea e dei subacquei tutti. Il DAN Europe da anni ormai promuove questa campagna, mettendo gratuitamente a disposizione di chiunque ne faccia richiesta adesivi da attaccare nelle bacheche dei circoli nautici, nei diving, all'ingresso dei pontili nei porti turistici, nelle agenzie di noleggio di imbarcazioni o dovunque essi possano essere visti dal maggior numero di persone che conducono imbarcazioni nei luoghi di affluenza turistica e subacquea. La campagna si basa sull'ampia e capillare dif¬fusione di un semplice messaggio visivo di immediata comprensione che fornisce, a prima vista, l'informazione necessaria a prevenire l'incidente ed a rispettare le norme vigenti. Inoltre, a partire dàlia primavera scorsa ed unitamente agli adesivi, il DAN ha anche approntato e messo a disposizione sul proprio sito un modulo dati con un semplice questionario, da compilare ed inviare (via e-mail, mail@daneu-rope.org o anche per posta all'indirizzo DAN Europe, casella postale DAN n° 77, 64026 Roseto, TE) in caso di incidente o di eventi che avrebbero potuto determinare un incidente, in modo da poter creare una banca dati che possa tornare utile a fornire maggiori informazioni sull'inquietante fenomeno, con notizie e dettagli sugli eventi e poter così ridurre ulteriormente il pericolo di incidenti.
Il DAN ha inoltre provveduto a contattare Enti, riviste del settore nautico e subacqueo e quanti altri interessati al fenomeno per poter sensibilizzare al problema un più vasto pubblico di "praticanti" possibile.
In soli sette mesi ci sono giunte moltissime segnalazioni via e-mail, posta, sito DAN e telefono; abbiamo analizzato quelle, più dettagliate, pervenuteci tramite il questionario che abbiamo diffuso presso gli iscritti e che è presente sul sito www.daneurope.org/safety_programs. htm; ecco alcuni dati preliminari che cominciano a dare un'idea della vastità e della gravità del fenomeno:
•Nel solo periodo luglio-dicembre 2004 sono cernenti episodi avvenuti nel solo anno 2004.
•Delle 133 segnalazioni, 16 sono relative ad incidenti avvenuti, 100 sono le segnalazioni di incidenti sfiorati e 17 sono invece le notifiche di un problema ricorrente e frequente, in zone ad elevata densità di sub e di siti di immersione ben noti.
•Nei 116 casi di incidente avvenuto o sfioralo, 23 sono stati quelli che hanno visto coinvolti sub apneisti e 93 quelli invece relativi ad immersioni con l'ausilio di autorespiratori;
•Ben 34 sono i casi in cui l'imbarcazione che ha provocato o sfiorato l'incidente era condotta da un "addetto ai lavori".
•Quasi lutti i subacquei erano opportunamente segnalati tramite pallone segnasub e/o bandiera regolamentare esposta sulla barca appoggio e che sono comunque emersi entro i limiti di sicurezza (50 mt.) dai loro segnali, mentre solo 3 sono stati i casi in cui la presenza in acqua del subacqueo non era regolarmente segnalata.
•In 6 occasioni è stata l'ancora, calata in acqua o salpata senza preoccuparsi delle persone in immersione, ad essere causa di incidente avvenuto o sfioralo.
•Nei 16 episodi di incidente registrali si sono purtroppo verificati 4 decessi, 7 casi di ferite gravi, 4 feriti lievi ed un caso di danni all'attrezzatura (il sub, vedendo sopraggiungere l'imbarcazione, ha cercato di spostarsi ed è stato colpito dall'elica sulla bombola, riportando quindi solo un grosso spavento, mentre la bombola è stata scalfita dalle pale dell'elica).
•Le segnalazioni provengono in gran parte dall'area Europea e dal bacino del Mediterraneo, le rimanenti da altre zone note per la bellezza e la ricchezza delle immersioni subacquee;
•Le denunce riguardano soprattutto episodi avvenuti in mare (116); 10 quelli avvenuti in 2004 vediamo che nelle 98 segnalazioni pervenute, a parte l'incidenza dei "bombolari" rispetto agli apneisti (che è lievemente aumentata passando dall' 80 ali' 85%), l'unico dato alquanto preoccupante è l'aumento delle imbarcazioni cosiddette commerciali nel coinvolgimento degli episodi, che passa dal 25 al 46%, mentre le percentuali degli altri dati di riferimento rimangono grosso modo invariate.
Quest'anno la nostra e la vostra battaglia continua e, anche grazie ai consigli e ai suggerimenti forniti tramite il modulo di segnalazione, si estende a numerose altre iniziative: è slato infatti approntalo un simpatico poster (68 x 48 cm.) per rendere la segnalazione ancora più visibile ed accattivante ed è stato preparalo un pieghevole il quale, oltre a fornire informazioni sul problema, contiene anche il modulo di segnalazione incidente, così da estendere anche ai non iscrìtti la possibilità di inviare notizie.
Sono inoltre in preparazione le magliette recanti impresso lo stesso logo del poster e del pieghevole, uno spot animato da mandare in onda nel corso di trasmissioni dedicate agli sport ed alle vacanze, articoli da diffondere su riviste specializzate e, nel clou del periodo estivo, su quotidiani locali delle più note località balneari. L'invito che rivolgiamo a tutti i subacquei ed a chi ama il mare è quello di diffondere questo messaggio di sicurezza il più possibile e collaborare con noi indicandoci altri giornali, riviste, organizzazioni, siti internet, trasmissioni televisive e quant'altro possa essere coinvolto nella campagna di sicurezza per la prevenzione degli incidenti da natante e da elica. Vogliamo infine ringraziare calorosamente tutti coloro che con così tanto entusiasmo hanno risposto al nostro invito inviandoci segnalazioni e suggerimenti per far diventare più incisiva ed efficace questa nostra "battaglia".


Gli attacchi di panico nei subacquei
Di John R. Yarbrough, Ph.D

Il Panico viene definito come un improvviso e spesso imprevedibile attacco di terrore violento, a volte persino accecante, solitamente associato ad una sensazione di sciagura imminente. Noi associamo il panico ad un certo numero di sintomi fisiologici, quali la sensazione di affanno e di "non riuscire a respirare abbastanza aria", le palpitazioni, il dolore al torace ed il timore di non riuscire a mantenere il controllo. I sintomi dell'attacco di panico generalmente si manifestano con un crescendo in un arco temporale di 10 minuti o anche meno. Secondo il DSM-IV (Manuale Diagnostico e Statistico Dell'associazione Psichiatrica Americana Delle Malattie Mentali, quarta edizione), si possono distinguere tre forme principali dì attacchi di panico:
• Da situazioni limite, o di innesco degli attacchi;
• Da situazione predisponente gli attacchi;
• Attacchi spontanei.
Nel primo caso (Situazione limite), l'attacco avviene immediatamente dopo l'esposizione ad, o in previsione di, una specifica situazione, come ad esempio quella di avvistare uno squalo o quella di superare il magico limite dei 18 metri ed intraprendere una "immersione profonda". Questa forma di panico è molto spesso collegata ad una specifica fobia, quale la paura degli squali o il timore "di andare troppo in profondità" (denominata batifobia). In questi casi, i subacquei cercano di evitare di porsi in tali situazioni, in modo da minimizzare le probabilità che possa verificarsi un attacco. Nel secondo caso (Situazione predisponente), gli attacchi di panico si presentano solitamente in presenza di un innesco: non si presentano sempre in ogni situazione, o possono comunque non accadere immediatamente. Per esempio, un sub inesperto ed apprensivo può fare due immersioni senza problemi a 10 metri, ma può provare una necessità opprimente di precipitarsi in superficie durante la terza. Nell'ultimo caso, un attacco spontaneo di panico non è associato con alcun innesco particolare e si presenta "lontano dal blu".
Questo forse è il più spaventoso tipo di attacco e probabilmente una delle specie più pericolose. Nessuno può prevedere l'attacco di panico e non c'è modo di sapere se e quando i sintomi si ripresenteranno nuovamente.

Sintomi di Panico di Tipo Cognitivo e Fisiologico
Prima o poi tutti noi sperimentiamo quella ben nota sensazione definita come "stato d'ansia". Forse la forma più comune e familiare è quella denominata "ansia da prestazione". In questi casi si sperimenta la sensazione, apprensiva ed imbarazzante, che tutti gli occhi siano puntati su di noi, come in attesa della dimostrazione di un capacità particolare.
Questo può accadere spesso durante la fase di addestramento alle immersioni, e capita quando gli allievi sono sotto osservazione mentre praticano gli esercizi come ad esempio quello di pulire una maschera appannata. Il panico si trova alla fine del "continuum" dello stato d'ansia: può essere così intenso da sopraffare e da tagliar fuori il pensiero razionale. A causa dell'ambiente davvero unico nel quale operano, i subacquei possono effettivamente essere predisposti agli attacchi di panico, in particolare in situazioni di emergenza. Purtroppo, come è stato constatato da Baruch e Breitstein (vedere i riferimenti alla fine dell'articolo), la naturale risposta umana alla sensazione di ansia opprimente, cioè quella "di fuga o di lotta", cui siamo atavicamente predisposti, è inadeguata per far fronte ai problemi incontrati nell'ambiente marino.
Ad esempio, se il vostro erogatore inaspettatamente inizia a non funzionare a 18 metri, il vostro corpo percepisce immediatamente la minaccia e reagisce predisponendovi per la "lotta o la fuga": il battito cardiaco accelera e le percezioni si riducono, il sangue viene convogliato dagli organi interni ai muscoli e la domanda d'ossigeno aumenta. Tutto ciò avviene automaticamente ed in maniera assolutamente involontaria; non potete fare niente per impedirlo. Provate ancora ad inalare, questa volta più deliberatamente, ma senza alcun effetto: percepite immediatamente che siete rimasti senza aria ed in mente vi appare come un flash il pensiero che state per annegare. Prima che le rimembranze del vostro addestramento vi facciano cercare l'erogatore di scorta o qualsiasi altro sistema di scorta d'aria voi utilizziate, e prima che segnaliate al vostro compagno che siete senza aria e che prendiate il suo secondo erogatore, il vostro primo impulso sarà quello di uscire da quella situazione il più rapidamente possibile. Il vostro istinto primario sarà quello di trattenere il respiro, nella speranza di trattenere almeno un po' d'aria nei polmoni, e di pinneggiare velocemente verso la superficie. L'inaspettato in questi casi gioca un ruolo molto significativo, poiché se vi aspettate che accada un'emergenza, vedrete le cose in maniera molto più razionale: potrete cioè rispondere alla situazione piuttosto che semplicemente reagire. Nota: l'esempio dell'erogatore malfunzionante può essere applicato a subacquei di qualsiasi livello. E' solo una supposizione quella che i subacquei più esperti non avvertano alcun sin¬tomo in situazioni simili. La pratica continua ed il super-insegnamento giocano un ruolo impor¬tante in come i subacquei esperti possano rispondere alle situazioni inaspettate o di emergenza. Questa è una delle ragioni per cui i subacquei militari vengono addestrati continuamente ed in varie tipologie di situazioni stressanti.

Panico e Fattori Caratteriali Personali
Vi sono parecchi fattori caratteriali che potrebbero contribuire alla predisposizione di una persona verso gli attacchi di panico. Gli individui particolarmente propensi all'ansietà possono facilitare gli attacchi di panico in diversi modi:
• sottoponendosi ad uno stress supplementare come quello di immergersi in posti nuovi e poco familiari;
• provando ad immergersi troppo in profondità;
• seguendo un profilo di immersione cui non sono avvezzi; oppure anche
• sovraccaricandosi di compiti fino al punto da esserne sopraffatti.
Le persone che già soffrono di problemi legati all'ansia, quali ad esempio i disordini di tipo ossessivo-compulsivo e lo stress post-traumatico (specialmente se il trauma iniziale è legato all'ambiente marino), o da una specifica fobia, come la nyctofobia (paura del buio) o la pnigo-fobia (paura di non riuscire a respirare o paura di soffocare), possono essere ancor più inclini agli intensi attacchi di panico. Si può inoltre evidenziare che, in certi individui, alcune patologie possono favorire l'insorgenza di attacchi di panico. È stato infatti suggerito che l'asma, il prolasso della valvola mitrale ed i disturbi della tiroide possono essere fattori che contribuiscono allo scatenamento degli attacchi. Anche l'uso di cocaina, anfetamine o caffeina o l'astensione dall'assunzione di alcool e da altre sostanze che agiscono da depressori del Sistema Nervoso Centrale possono provocare l'insorgenza di un attacco di panico.

La Gestione dell'Attacco di Panico Su Sé Stessi
Una delle cose più importanti che si possa fare per controllare lo stato d'ansia è quello di cercare di essere consapevoli del proprio stato mentale inferiore. Di quando in quando provate a fare una "checklist" (controllo) mentale:
• Percepite un aumento della frequenza cardiaca?
• Vi sentite improvvisamente stanchi, stressati, ansiosi?
• Provate una sensazione di "mancanza di feeling" con la situazione in cui vi trovate o dell'immersione che dovete fare? Nel suo libro 'The Gift of Fear" (II Dono della Paura), Gavin De Becker esamina perché talvolta possiamo sentirci apprensivi, affermando che troppo spesso noi consciamente trascuriamo queste sensazioni, ignorando i segnali di avvertimento che il nostro corpo ci invia, fino a che non raggiungiamo il punto in cui il l'irrazionalità ed il panico diventano imminenti. Ricordate: non è mai troppo tardi per rinunciare ad un'immersione.
Quando vi sentite in preda all'ansia, concentratevi intensamente e dite a voi stessi FERMATI! Dopo aver pensato di fermarvi, riorientate la mente verso altri pensieri, come ad esempio sul controllo di tutta l'attrezzatura. Questa tecnica ha due scopi: disinnesca l'ansia e vi rassicura che tutta l'apparecchiatura sia presente, sia stata completamente controllata e quindi ricontrollata. Questo vi infonde un pizzico di sicurezza e di confidenza in più per poter andare avanti e ciò molto semplicemente vi aiuta a rallentare la corsa dei pensieri ed a concentrarvi su qualcosa di diverso dall'ansia. Se tutto ciò non sortisce alcun effetto rapidamente, iniziate una risalita controllata verso la superficie. A volte il movimento verso acque meno profonde aiuta molto. In ogni caso, se avvertite l'esigenza di riemergere, non dimenticate di fare la sosta di sicurezza. E' capitata spesso infatti, una volta risaliti in superficie, di farsi prendere improvvisamente dal panico nella ferma convinzione di stare per essere vittima di una MDD (Malattia Da Decompressione) per aver saltato o ridotto bruscamente le soste di sicurezza. Alcuni, sperando nella tecnica della ri-compressione, hanno persino complicato ulteriormente il problema provando a ridiscendere pur essendo in uno stato molto prossimo al panico.
Alcuni individui credono che per poter capire veramente cosa sia il panico bisognerebbe averlo provato in prima persona. Bene, ricordate quella scena del film "G.l. Jane" di Ridley Scott del 1997, nella quale gli allievi del Navy S.E.A.L. venivano bendati e gli veniva versata dell'acqua in faccia? Il comandante in capo diceva alla sua squadra: "Dovete sapere cosa si prova quando si sta per affogare, in modo da evitare il panico e forse poter guadagnare quei pochi secondi che potrebbero salvarvi la vita." Mentre alcuni "estremisti" possono far proprio questo concetto sul controllo della paura, esso comunque non può essere considerato un sistema pratico nel corso di un comune addestramento alla subacquea ricreativa. Al suo posto, dovrebbe essere presa in considerazione una tecnica denominata "Cognitive rehearsal" (Enumerazione conoscitiva), che consiste nel provare a chiedersi "Che cosa se?"

Ponetevi Domande Difficili
"Che cosa farei io se succedesse ...... ?"
Per esempio: "Che cosa farei se il mio compagno
mi strappasse improvvisamente l'erogatore dalla bocca e cominciasse a lottare fuggendo verso la superficie?" "Che cosa farei se la mia cintura di zavorra si impigliasse in uno spuntone di un relitto?" O se il mio compagno in preda al panico premesse il pulsante di gonfiaggio del mio GAV ed io mi ritrovassi improvvisamente a fare una risalita incontrollata?" oppure "Che cosa farei se mi trovassi imprigionato nel kelp?" Mentalmente, provate ad immaginarvi in uno stato di emergenza. Preparatevi un acronimo (sigla formata con le iniziali di una frase) come promemoria per un evento, come ad esempio: "SAFE: Slow Ascent For Exit." (Sicurezza: Risalire Lentamente Per Uscire.) Questo risulta particolarmente efficace se vi trovate in una situazione sotto certi aspetti simile, ma che al momento invece non è per nulla minacciosa. Pensate a come controbattere un'emergenza in immersione mentre state facendo un'immersione in piscina o state facendo una sosta di sicurezza a poca profondità. Questo vi fornisce uno schema mentale di come potreste affrontare un'emergenza reale.
Ma non ossessionatevi con una situazione al punto da rendervi eccessivamente ansiosi: per provare mentalmente una situazione bastano solo pochi attimi, ma questi potrebbe davvero fornirvi quel secondo o due che servono ad evitare il panico completo.
Chiedetevi mentalmente se siete pronti ad immergervi. La vostra attrezzatura è pronta e funziona perfettamente? Avete una riserva d'aria supplementare, come ad esempio una "pony tank" o lo "Spare Air System?" Avete preso un coltello o una cesoia per potervi liberare in caso vi ritrovaste accidentalmente impigliati? Alcuni subacquei vedono certe attrezzature, quali ad esempio il sistema di segnalazione da portare sulla schiena o la piccola torcia da portare nella tasca del GAV in un'immersione diurna, come cose perfettamente inutili. Altri invece vedono questi strumenti non indispensabili come cruciali per la propria sicurezza psicologica, cosa che gli fornisce un più elevalo grado di comodità ed una maggior libertà di godersi l'immersione. Vi trovate in condizioni fisiche e mentali adatte per immergervi? Siete rimasti alzati fino a tardi per una festa ed ora avete i postumi di una sbornia? Vi sentite assonnati a causa dell'antistaminico che avete appena preso per i fastidi ai seni facciali o per il mal di mare? Avete la nausea a causa del rollio della barca sballottata su e giù da un imprevisto mare mosso? Il vostro addestramento è stato adeguato ad affrontare questa situazione? Che esperienza ovale in quanto ad immersioni notturne, profonde più di 20 metri, o in condizioni ambientali peggiori? Siete stati addestrati a praticate le tecniche di auto-soccorso o quelle per assistere e salvare un altro subacqueo?
Quali sono i vostri compiti? State provando a scattare fotografie, contare i pesci, rimanere alla giusta distanza dal reef, guardare il vostro compagno di immersione meno esperto e gettare l'occhio agli strumenti tutto nello stesso tempo?
Come sono i fattori ambientali? Come sono le correnti, la visibilità e la temperatura? Avete indossato una protezione termica adeguata per l'immersione?
Temperature dell'acqua inferiori ai 20 gradi C° sottopongono l'organismo ad un notevole stress, e gli stress da freddo sono riportati come la prima causa di rinuncia fra i subacquei militari. Conoscete bene il vostro compagno di immersione? Questo è un punto chiave in termini di sicurezza e responsabilità. Alcuni subacquei si immergono essendo dotati di una sola certificazione all'immersione. Che ne sapete di cosa farà il compagno casuale che vi è stato affibbiato sulla barca una volici che avrà messo i piedi in acqua? E ancor meno, come potrebbe reagire in una situazione di emergenza o stressante?
Per lo stesso motivo, come fate a sapere se il divemaster più giovane, con soltanto un centinaio di immersioni effettuate, nell'affrontare situazioni poco familiari sia più esperto di voi, un sub advanced open-water con soltanto una o due specialità, ma con più di 1.000 immersione registrate? Tutto ciò ci porta verso l'argomento che segue.

La Gestione del Panico Negli Altri
Come già visto in precedenza, i sintomi fisiologici soggettivi di un attacco di panico includono l'aumento della frequenza cardiaca e sensazioni esagerale rispetto alla realtà dei fatti. Questi sono sintomi molto reali per chi li prova, ma non sono immediatamente evidenti per un osservatore esterno.
Il panico attivo può essere facile da riconoscere. Spesso intatti ce lo immaginiamo come un subacqueo che, con spasmodica fame d'aria, prova a strappare l'erogatore dalla bocca di un altro, o nel corso di una "pallonata" verso la superficie.
Altri segnali esteriori di ansia opprimente possono includere:
• Durante un "attacco di panico", lo «guardo fisso ed attonito (come quando un idruttore disse: "le vostre palle degli occhi sono così fuori dalle orbite che stanno per toccare le lenti della maschera);
• Respiro rapido, superficiale e poco efficiente;
• Iperventilazione (o a volte traienere il fiato durante una risalita veloce);
• Annaspare con le braccia e con le gambe o una improvvisa incapacità a comunicare ed a eannettere coerentemente.
Dorante i corsi Rescue Diver PACH o Stress and Rescue SSI (si vedano i rispettivi programmi sui manuali) o ai livelli divemaster ed istruttore, i subacquei di livello avanzato vengono opportunamente addestrati a saper riconoscere e gestire queste situazioni. Il panico può anche assumere altre forme, a volte più inusuali, come ad esempio assenza o catatonia improvvisa, un involontario "congelamento," o l'incapacità di muoversi o di rispondere agli stimoli esterni. In immersione può essere difficile differenziare questi sintomi da quelli provocati da un attacco di Piccolo Male (una forma di patologia convulsivante caratterizzata, tra l'altro, da "assenze", che è anch'essa pur sempre un'emergenza, ma di tipo diverso). Se il subacqueo ha un assetto leggermele negativo, la catatonia può provocare un lento inabissamento; il subacqueo potrebbe scivolare verso profondità al di sotto delle quali potrebbe risultare difficile un'operazione di salvataggio in sicurezza. Nel corso degli anni si sono presentati un certo numero di incidenti di questo tipo, sebbene il fatto che essi siano stati poi effettivamente provocati da un attacco di panico o meno potrebbe non venir mai risaputo con certezza.
Si noti che il panico "passivo" come la catatonia si può rapidamente trasformare in panico di tipo attivo se la persona colpita esce improvvisamente dallo stato di indolenza. Questo capita spesso quando il subacqueo in panico viene avvicinato da un compagno di immersione o da un soccorritore. A questo punto il subacqueo potrebbe afferrare l'erogatore del soccorritore, cercando di intrappolarlo o di trascinarlo con sé nella risalita, ignaro del fatto che lui o lei sta mettendo in pericolo la propria sicurezza nel tentativo di salvarlo. In superficie, il subacqueo potrebbe tentare di respingere un altro subacqueo, nel tentativo di riuscire a venir fuori dall'acqua; potrebbe inoltre cercare di spingere il soccorritore sottacqua o di provocare danni a coloro che stanno tentando di aiutarlo. Una buona preparazione ed un costante allenamento nelle tecniche di salvataggio subacqueo possono assumere un valore inestimabile in tali situazioni.
Quando si prova a cercare di controllare il panico in altre persone bisogna sempre tenere a mente una regola fondamentale: in primo luogo è necessario prendersi cura di sé stessi. Non possiamo prenderci cura degli altri se noi stessi ci troviamo in difficoltà o nell'incapacità di farlo. Se provate ad aiutare qualcuno e vi mettete in difficoltà anche voi, avrete solo provocato una situazione di emergenza peggiore, che toccherà poi a qualcun altro dover gestire. Programmare l'attività subacquea significa poter aiutare sia sé stessi che gli altri.


Bibliografia e letture consigliate:
Manuale del Corso Stress e Rescue, Scuba
Schools International, 1990, FortCollins, CO.
Manuale del Corso Resene Diver, PADI, Rancho
Santa Margarita, Ca.
Ansia: È una Controindicazione all'Immersione?
Alert Diver, 11-2001.
DeBecker, Gavin (1997). The Gift of Fear: Survival Signals That Protect Us From Violence (II Dono della Paura: Segnali di Sopravvivenza che ci Proteggono dalla Violenza). Little, Brown & Co. Nevo.
Baruch e Stephen Breitstein (1999). Psychological and Behavioral Aspects of Diving (Aspetti Psicologici e Comportamentali dell'Immersione), Flagstaff, AZ: Best Publishing Co.


Segni Obiettivi di Panico In profondità:
1. Respiro rapido, superficiale o iperventilazione (o talvolta trattenere il respiro nel corso di una risalita veloce);
2. Improvvisa incapacità di comunicare o di eseguire i comandi.
3. Occhi sbarrati, espressione terrorizzata (come se visti attraverso la maschera).
4. Cercare di afferrare l'erogatore o l'octopus di un altro subacqueo.
5. Lanciarsi verso la superficie (molto comune) o altri comportamenti irrazionali.
6. Assenza, come in stato di trance o catatonia. In Superficie:
1. Testa tenuta all'indietro e fuori dall'acqua, boccheggiando per respirare (spesso con la maschera tolta).
2. Braccia che annaspano freneticamente, nel tentativo di cercare di spingersi fuori dall'acqua.
3. Incapacità di parlare o di chiedere aiuto a causa della "fame d'aria".
4. Il subacqueo in attacco di panico spesso non ha il GAV gonfio ed ha ancora la cintura di zavorra allacciata mentre tenta disperatamente di mantenere la testa fuori dall'acqua


Sintomi di Panico nei Subacquei
1. Tachicardia (frequenza cardiaca aumentata), sensazione di cuore martellante, palpitazioni (battiti rapidi e pulsanti).
2. Diaforesi (sudorazione eccessiva).
3. Bocca asciutta.
4. Tremolii.
5. Parestesia (sensazione di intorpidimento o di formicolio).
6. Flash di freddo o di caldo.
7. Dispnea (fiato corto o sensazione di non riuscire ad inspirare abbastanza aria).
8. Sensazione di soffocamento.
9. Dolore al torace, o sensazione di avere una forte stretta al torace.
10. Nausea, vomito, o dolore addominale.
11. La sensazione di stare per perdere, o la effettiva perdita del controllo sulla vescica o sullo sfintere intestinale.
12. Vertigini o sensazione di stare per perdere i sensi.
13. Sensazione di irrealtà (di astrazione) o di depersonalizzazione (come se ci si stesse staccando da sé stessi e come se si osservassero gli eventi dall'alto o dal di fuori del proprio corpo).
14. Paura di perdere il controllo o di "dar fuori da matto".
15. Terrore di affogare o paura improvvisa di stare per morire.

 

3° trimestre 2005

Editoriale Dr. Alessandro Marroni

L'opinione dell'avvocato subacqueo di François Jaeck, avvocato, menbro DAN

Immersioni subacquuee e glaucoma di Dr. Antonio Palunbo

Immersione e depressione di John R. Yarbrougk, Ph.D.

Editoriale


Cari membri DAN Europe,
questo numero dell'Alert Diver è dedicato a problemi di carattere medico e contiene argomenti di grande interesse per tutti quei subacquei che amano essere sempre sicuri ed informati. Questi argomenti rivestono particolare importanza per i subacquei che amano molto viaggiare, così come per tutti quelli che siano interessati a particolari malattie o ad indisposizioni che possano eventualmente riguardarli, ed al loro effetto sulla sicurezza in immersione. Troverete articoli che trattano del Glaucoma e della Degenerazione Maculare, vale a dire due malattie di carattere oculistico relativamente diffuse, e della loro influenza sulle immersioni. D'uguale importanza e frequenza è l'argomento inerente la depressione e le immersioni: questo tipo di disturbo sta diventando sempre più comune e quindi ci giungono frequenti domande in merito, evidentemente perché un numero sempre maggiore di subacquei si vede costretto a confrontarsi con il dilemma se sia sicuro o meno immergersi soffrendo di depressione ed assumendo gli appositi formaci. A tal proposito rispondiamo pubblicando uno speciale rapporto approntalo proprio su questa specifica condizione.
Il subacqueo che ama viaggiare si pone frequentemente dubbi e domande inerenti la sicurezza sanitaria in determinate destinazioni di immersioni, sulla possibilità di contrarre malattie contagiose, sull'efficacia e la sicurezza delle misure preventive e sui potenziali rischi in ambienti di immersioni alquanto remoti. Troverete utili informazioni ed alcune risposte negli articoli sulla febbre Dengue, sul Lariam e sul meraviglioso, ma mortale, Polpo ad Anelli Blu. Inoltre troverete un articolo che riguarda la certificazione medica di idoneità fisica alle immersioni e la sua relativa validità, argomento che è fonte di preoccupazione comune e quindi di frequenti domande da parte delle scuole e dei centri subacquei, specialmente in determinate zone quali l'Egitto, per esempio. Il nostro consulente legale e membro DAN François Jaeck ci offre un punto di vista giuridico su questa mate­ria spesso controversa.
 Buona lettura!
 Acque chiare a tutti voi!
Prof. Alessandro Marroni Presidente DAN Europe

L'Opinione dell'avvocato subacqueo
Che valore ha il certificato medico?
Di François JAECK, avvocato, membro DAN

Per partecipare ad un corso di immersioni subacquee organizzato da un ente, sia esso di natura associativa che commerciale, è praticamente indispensabile la presentazione un certificato medico che attesti l'assenza di controindicazioni fisiche per questa specifica attività. Tuttavia, sebbene sia i subacquei che le organizzazioni didattiche ne abbiano bisogno, le aspettative di ciascuna di queste due categorie rispetto a questa certificazione sono completamente differenti.
I subacquei vedono nel certificato medico la "chiave" attraverso la quale poter entrare nel mondo subacqueo, mentre i gestori dei diving e le società d'assicurazioni vedono in esso sia il rispetto di un obbligo legale, che il mezzo per prevenire gli incidenti ma, soprattutto, la speranza di un esonero dalla responsabilità nel caso che accada un incidente. Ma evidentemente c'è un abisso tra la semplice dichiarazione di buona salute, come quella che talvolta viene compilata, ed i draconiani decreti ministeriali adottati da determinati paesi, i quali hanno rigidamente regolamentato sia la natura che la periodicità degli esami clinici richiesti come componenti necessari del controllo medico dei candidati ad uno sport di così elevato livello. Sia i subacquei che gli enti associativi o commerciali che organizzano i corsi subacquei demandano questa incombenza al medico, quale esperto e custode delle conoscenze mediche. In assenza di specifiche regole imposte dalla legislazione vigente in quel determinato paese, spetta al medico capire la natura degli esami da effettuare prima del rilascio "della preziosa chiave".
Sta poi al subacqueo ed all'ente associativo o commerciale, di provare a ritenere il medico responsabile di un incidente che sia sorto in conseguenza di problematiche mediche specifiche. Ma in questi casi non bisogna dimenticare che un certificato medico può avere un reale valore legale soltanto a condizione che tutti coloro che vi siano coinvolti, e cioè non soltanto il medico che lo rilascia, ma anche e particolarmente il subacqueo che lo richiede e l'organizzazione associativa o commerciale cui appartiene, si comportino in maniera responsabile. Il subacqueo in primo luogo, per quanto gli concerne, deve essere a conoscenza dei rischi connessi alle immersioni subacquee dall'addestramento che ha ricevuto. Egli deve essere a conoscenza della legislazione vigente nel proprio paese riguardo l'attività subacquea e del ruolo della propria federazione sportiva e dell'organizzazione che rilascia i certificati di immersione. Spetta quindi al subacqueo scegliere in maniera responsabile il medico al quale richiedere un certificato che, nel caso in questione, deve essere almeno un medico specializzato in medicina dello sport, o se non disponibile, un esperto in ORL, o persino un medico specialista in medicna iperbarica.
Se il subacqueo consulta deliberatamente un medico la cui l'attività non ha niente a che fare con le immersioni, corre il rischio di essere legittimamente accusato, in corso di giudizio, per essersi comportato in maniera negligente, cosa che potrebbe, almeno in parte, essere giudicato come concorso di colpa nella concretizzazione dei danni.
Per lo stesso motivo, è dovere del subacqueo informare il medico che ha consultato sulle problematiche specifiche delle quali sa di essere affetto, come pure sulle liste indicanti le controindicazioni mediche pubblicate da determinate federazioni, di modo che il medico consultato possa interrogare efficacemente il suo paziente e sottoporlo agli esami clinici adatti. Il subacqueo, in effetti, non può pensare che sia soltanto responsabilità del medico informarsi su di lui.... se il subacqueo è a conoscenza di informazioni rilevanti e specifiche, è lui che deve informarne il proprio medico.... a meno che lui o lei non desideri assumersi non soltanto una responsabilità vitale per se stesso, ma anche eventualmente di affrontare il rischio di essere giudicato da un tribunale per avere sottaciuto informazioni, reticenza che potrebbe ancor più esonerare il medico da eventuali responsabilità. Quindi, e bisognerebbe sperare che tutto ciò sia ovvio, spetta al subacqueo manifestare completa onestà verso il medico riguardo le risposte che fornisce alle sue domande e non assumersi l'irragionevole responsabilità di dissimulare determinate condizioni per ottenere, malgrado tutto, la preziosa "chiave".
Sarebbe però anche sbagliato pensare che il certificato medico presentato dal subacqueo possa esonerare ipso-facto l'ente sportivo o commerciale di tutta la responsabilità. In effetti, quale che sia la precisione e la specificità delle leggi o delle regole di ciascun paese in materia di immersioni, il rispetto "alla lettera" della legge non è sufficiente per essere completamente esonerati da ogni responsabilità. I casi legali reali, molto spesso, vanno oltre il testo specifico della legislazione vigente e si richiamano a norme ed obblighi di prudenza più generali, di "principi precauzionali" e di discernimento.
Le organizzazioni associative o commerciali che organizzano le attività subacquee sono, in effetti, l'ultimo collegamento "della catena della fiducia", il cui unico obiettivo è quello di prevenire gli incidenti e salvaguardare la salute dei subacquei.
Quindi spetta a coloro che organizzano i corsi accertarsi che il medico, con le sue qualifiche, sia stato almeno apparentemente in grado di valutare la specificità delle restrizioni di carattere medico connesse con la pratica delle immersioni subacquee.
Se le associazioni o gli enti commerciali sono, in effetti, costretti a contare sul giudizio sovrano del medico, che è l'unico che possa dichiarare adeguato lo stato di salute dell'allievo per la pratica delle immersioni subacquee, essi dovrebbero però assicurarsi dell'apparente adeguatezza delle sue qualifiche professionali attraverso l'oculatezza del certificato che gli viene richiesto... In altre parole, se essi possono contare senza alcun rischio sull'opinione di un medico iperbarico esperto, dovrebbero peraltro prestare maggiore attenzione riguardo all'opinione di un medico la cui specializzazione non ha nulla a che fare con lo sport o le immersioni, a meno che non siano preparati ad affrontare il rischio di essere rimproverati per la propria disattenzione in sede di tribunale poiché, da parte loro, i pro­fessionisti della subacquea non possono ignora­re i dettagli specifici dei rischi che corrono. Quindi, ad esempio, la Corte Francese ha recen­temente sentenziato che "il certificato medico redatto in termini generali e rilasciato 9 mesi prima del corso di formazione non fornisse dettagli particolareggiati sull'attitudine di X. ad effettuare immersioni notturne e non tiene alcun conto delle difficoltà che il bambino ha avuto,... che (l'istruttore) ne era a conoscenza, ... (l'istruttore) non avrebbe dovuto essere soddisfatto di questa vaga attestazione all'idoneità all'immersione [...). (istruttore) era qualificato al primo livello di insegnamento subacqueo (...) (lui) era quindi in una posizione tale da poter apprezza­re i rischi inerenti questo tipo di immersione". Inoltre "il certificato medico non era stato redatto da un medico specializzato in medicina sportiva".
Questa decisione, quindi, è chiara... un certificato medico vecchio di più di 9 mesi e non rilasciato da un medico specializzato in medicina sportiva non solo non ha alcun effetto nell'esonero della responsabilità, ma può persino esser causa di eccesso di imprudenza per coloro che contano su di esso senza discernimento. Questa decisione, basata senz'ombra di dubbio sull'eccesso di imprudenza, dovrebbe essere interpretata dal mondo della subacquea, dai subacquei e dagli enti commerciali o associativi con molta attenzione.
Se l'addestramento e l'esperienza del subacqueo che richiede il certificato medico o l'addestramento e l'esperienza dell'organizzazione che lo riceve possono far pensare all'esistenza di un rischio... è sleale ed illusorio volersi nascondere dietro un certificato medico, anche se esso rispetta alla lettera la legge.
In effetti è dovere di ciascuno andare al di là delle specifiche  norme  legali...  e di  riferirsi all’Obbligo Della Prudenza più in generale ... Il certificato medico, in questo modo, è giustamente scavalcato.
Il medico, l'esperto in materia, è certamente nel cuore del sistema, ma il certificato che egli rilascia può non avere alcun reale valore legale a meno che, a monte, il subacqueo che lo richiede non abbia davvero rivelato tutto al medico e che, a valle, l'ente associativo o commerciale cui il certificato viene presentato non voglia far dire al certificato più di quello che in effetti dice. Il valore legale di un certificato medico è così sottoposto ad una triplice condizione:
-  L'onestà della persona che lo richiede,
-  La competenza della persona che lo rilascia,
- La prudenza di coloro che contano su esso.
Sebbene i principi che sono stati evocati in questo articolo siano direttamente ispirati alla legge Francese, l'universalità dei valori di onestà, competenza e prudenza dovrebbero condurre chiunque a pensare che l'assenza di queste regole di comportamento potrebbe in ogni caso portare a sanzioni giudiziarie nella maggior parte dei Paesi.

François JAECK, Avvocato di Corte, Blois, Francia


Immersioni subacquee e glaucoma
DR. Antonio Palunbo

La forma più comune di glaucoma è il glauco­ma primario ad angolo aperto. La discussione che segue riguarda in particolare di questa malattia, ma la maggior parte dei concetti che illustreremo sono validi anche per le altre forme di glaucoma.
Il glaucoma primario ad angolo aperto è una malattia oculare insidiosa che colpisce circa l'1-2% dei soggetti sopra i 40 anni . Per molti anni può restare nascosto senza dare sintomi percepibili dal paziente, ma riducendo tuttavia progressivamente le capacità visive del soggetto. Il glaucoma primario ad angolo aperto di solito colpisce entrambi gli occhi e, se non curato, provoca la cecità.
Come abbiamo detto, la malattia non da per molti anni alcun sintomo. Quando il paziente inizia percepire dei sintomi, la malattia è generalmente molto avanzata e sono presenti danni alla vista non più regredibili. In genere la diagnosi viene fatta durante un controllo in cui l'oculista misura la pressione dell'occhio, l'acuità visiva e osserva il fondo dell'occhio. La malattia glaucomatosa è stata individuata mollo tempo fa, quando sono stati inventati i primi apparecchi per la misurazione della pressione interna dell'occhio.
Si notò che la pressione elevata dell'occhio era associata ad alterazioni del campo visivo che potevano aumentare fino a dare la cecità. Si definisce campo visivo l'insieme dei punti dello spazio la cui immagine è percepita da un occhio immobile. Le alterazioni iniziali di questa forma di glaucoma consistono in scotomi, cioè in zone del campo visivo in cui l'immagine non viene percepita. Col progredire della malattia il campo visivo si restringe fino a provocare una visione simile a quella che si ha guardando attraverso la canna di un fucile. Si può continuare a vedere bene, anche 10/10, ma solo in una zona molto ristretta dello spazio.
Se la malattia progredisce ancora, si giunge alla cecità.
I meccanismi della malattia non sono completamente chiariti. Si sa che aumentando artificialmente la pressione dell'occhio in animali da esperimento si provoca un danno al nervo ottico simile a quello dei pazienti affetti da glaucoma. Tuttavia non si sa se la pressione agisca comprimendo direttamente le fibre del nervo ottico o se causi una diminuzione del flusso di sangue all'interno del nervo stesso. Inoltre non si sa perché alcuni occhi tollerino pressioni endooculari elevate mentre altri no. La pressione dell'occhio è attualmente considerata solo uno dei fattori di rischio, anche se il più importante, del glaucoma primario ad angolo aperto. In altre particolari forme di glaucoma tuttavia sono preponderanti altri fattori, circolatori o anatomici. Che cosa provoca l'aumento della pressione dell'occhio? Nel soggetto normale un liquido, l'umor acqueo, viene prodotto in alcuni tessuti dell'occhio, circola nella parte anteriore dell'occhio e viene poi riassorbito da altre particolari strutture oculari che, nel glaucoma cronico semplice, non fun­zionano correttamente. Nel glaucoma primario ad angolo aperto perciò c'è uno squilibrio tra la produzione ed il deflusso dell'umor acqueo. Troppo liquido viene introdotto nell'occhio rispetto a quello che ne può fuoriuscire. Questo provoca un aumento della pressione endooculare. Poiché la pressione oculare può essere abbassata attualmente con formaci molto efficaci, è importantissima una diagnosi precoce della malattia, per poter evitare i danni all'occhio di cui abbiamo parlato.
Il quadro clinico caratteristico completo del glaucoma è costituito da lesioni oculari visibili a livello della papilla del nervo ottico, alterazioni del campo visivo e pressione endooculare elevata.
A volte però è difficile fare diagnosi sicura di glaucoma nella sua forma iniziale, quando il fondo dell'occhio appare normale, il campo visivo è normale e la pressione endooculare è ai limiti del normale. Studi recenti hanno inoltre dimostrato che quando lo spessore corneale centrale della cornea è particolarmente elevato, la pressione endooculare misurata è più alta della media, senza che tuttavia questa costituisca un pericolo di lesioni glaucomatose al campo visivo. Perciò valori di pressione endooculare leggermente più alti della media in soggetti con cornea molto spessa centralmente non sono preoccupanti. A complicare le cose c'è il fatto che durante ore diverse della giornata la pressione può variare marcatamente, per cui bisogna spesso far ricorso alla misurazione della pressione ocu­lare più volte nella giornata. Si ottiene così un grafico delle variazioni della pressione endooculare nel tempo ( la cosiddetta curva fonometrica). Il decorso della malattia può essere valutato mediante la misurazione del campo visivo con un particolare apparecchio computerizzato, detto perimetro.
La terapia del glaucoma è inizialmente con colliri che diminuiscono la pressione endooculare. Se questi farmaci non bastano, è necessario un trattamento col laser o un intervento chirurgico. Quest'ultimo consiste nel creare chirurgicamente un percorso alternativo per l'umor acqueo, saltando il blocco delle vie di deflusso, che è la causa dell'aumento della pressione endooculare.
Il glaucoma in ambiente iperbarico.
Finora abbiamo parlato genericamente di pres­sione endooculare. Più correttamente si dovreb­be parlare di pressione relativa, in quanto si tratta della differenza tra la pressione interna all'occhio e quella esterna (aria ambiente). È questa differenza di pressione che l'oculista misura normalmente con i suoi strumenti e che chiama "pressione dell'occhio". La differenza di pressione è positiva, perché la pressione interna dell'occhio è maggiore di quella dell'aria dell'ambiente. Una pressione dell'occhio elevata significa perciò che l'oculista ha misurato una differenza tra la pressione all'interno dell'occhio e quella all'esterno (ambiente) superiore ai valori medi delle persone normali. La "pressione dell'occhio" si misura in millimetri di mercurio e, da dati statistici di migliaia di soggetti normali, è in media di circa 16 mmHg. Il danno dato dalla pressione endooculare elevata nel glaucoma si suppone sia dovuto alla compressione di strutture interne all'occhio (in particolare il nervo ottico ed i suoi vasi) contro le pareti piuttosto rigide dell'occhio costituite dalla sclera e dalla cornea.
Poiché nelle immersioni la pressione ambiente aumenta progressivamente con l'aumentare della profondità spesso i subacquei affetti da glaucoma temono che questo possa influire sulla loro malattia.
In realtà durante le immersioni la pressione esterna dell'acqua si trasmette a tutte le strutture del corpo che, essendo costituite in gran parte da acqua, sono praticamente incompressibili. Sono i gas che invece sono compressibili e che rispondono a variazioni di pressione con variazioni di volume. Nell'occhio non ci sono normalmente bolle di gas (dei gas disciolti nei liquidi endooculari parleremo più avanti). Perciò in un subacqueo senza maschera un aumento della pressione sia dell'occhio che dei tessuti perioculari non provoca di per sé danni, in quanto la differenza tra le due pressioni (endooculare e perioculare) rimane la stessa anche con pressioni esterne dell'acqua elevatissime. Sfortunatamente però la parte anteriore dell'occhio del subacqueo è generalmente a contatto con una bolla d'aria, quella contenuta nella maschera. Durante la discesa sott'acqua la pressione assoluta esterna dell'acqua aumenta, mentre quella all'interno della maschera non aumenta , o comunque non aumenta a sufficienza da controbilanciare quella esterna. Questo provoca un effetto ventosa sul volto del subacqueo.
La manovra di compensazione della maschera insegnata ai subacquei consiste nell'immissione di aria proveniente dall'erogatore alla stessa pressione dell'acqua circostante. Questo aumenta la pressione interna alla maschera fino ad eguagliare quella dell'ambiente esterno ( e come detto, quella dei tessuti endooculari e perioculari). Se la maschera non è compensata, invece, la pressione interna della maschera diventa inferiore a quella dei tessuti e dei vasi oculari e perioculari. C'è un squilibrio che può provocare fuoriuscita di sangue dai vasi nella congiuntiva ed anche all'interno dell'occhio. In definitiva, quindi, la pressione esterna assoluta sott'acqua non influisce sulla malattia glaucomatosa se la maschera viene regolarmente compensata.
Non ci occuperemo qui dei gas disciolti nei liquidi endooculari. Le loro variazioni in ambiente iperbarico e la loro trasformazione in bolle nella mdd è un problema che riguarda non solo l'occhio ma l'intero organismo ed è stato affrontato più volte in questa rivista. Vogliamo notare tuttavia come curiosità che viene riferito che la prima manifestazione di mdd riportata in letteratura fu la formazione di bolle di gas visibili nell'occhio di serpenti sottoposti a condizioni iperbariche e decompressi bruscamente.

Idoneità alle immersioni dei pazienti glaucomatosi
1. Non ci sono controindicazioni alle immersioni per i pazienti affetti da glaucoma, a meno di alterazioni del campo visivo tali da mettere a rischio la sicurezza sott'acqua.
2.  Bisogna fare attenzione ai formaci usati per curare il glaucoma. Alcuni di questi (i beta bloccanti) possono avere importanti effetti collaterali sulla frequenza cardiaca ed a livello respiratorio anche se usati solo come colliri. Comunque l'ultima generazione di ipotonizzanti oculari, i derivati delle prostaglandine, ha raramente effetti collaterali generali in  particolare  modesto abbassamento della pressione  del sangue. Basterà quindi verificare l'assenza di questi rari effetti collaterali per poter effettuare le immersioni.
3.  Chi è stato operato per glaucoma con un intervento chirurgico (non col laser) è teoricamente più a rischio di altri per infezioni oculari. La via di deflusso dell'acqueo creata chirurgicamente forma una piccola cisti ripiena di liquido (chiamata "bozza filtrante") sulla superficie dell'occhio. Questo liquido è separato dall'esterno solo da una sottilissima membrana, la congiuntiva. Di qui il rischio di infezione da contatto con acqua infetta. In letteratura non sono riportati tuttavia casi di infezioni gravi della bozza filtrante in glaucomatosi dopo immersioni. Le nuove tecniche chirurgiche come la "sclerectomia profonda", in cui non si crea una bozza di filtrazione, teoricamente riducono ulteriormente il rischio di infezione.

 

Immersioni e depressioni
Sebbene l'esercizio fisico sia un antidoto alla depressione
è bene conoscere i fatti prima di immergersi

di John R. Yarbrough, Ph.D.

1° PARTE - RICONOSCERE LA DEPRESSIONE
È stato stimato che un Americano su 20 soffre di sintomi depressivi. A tale riguardo, coloro che amano praticare l'attività subacquea non sono per niente diversi dagli altri individui: tutti noi abbiamo momenti, o persino periodi di tempo più lunghi, in cui ci sentiamo "giù", nonostante la nostra dedizione per questo sport, per il nostro lavoro e la nostra vita. È stato anche stimato che negli Stati Uniti vi siano oltre 18 milioni di persone che sono attualmente in trattamento con qualche tipo di farmaco antidepressivo. Nel corso della propria vita, il 5-12 per cento degli uomini ed il 10 - 25 per cento delle donne soffriranno di una qualche forma di depressione. L'insorgenza della depressione non è legata alla razza, alle condizioni socio-economiche o al grado d'istruzione. Chiunque è in grado di riconoscere quando si sente "giù di morale", quando si sente "triste" o quando "vede tutto grigio", ma che cos'è esattamente la depressione?
Il termine "depressione" attualmente include tutta una gamma di disturbi, che vanno da:
•   La Sindrome Depressiva Maggiore, la più debilitante,
•  La Sindrome Distimica,
•  La Sindrome Depressiva non altrimenti specificata (NOS).
Altri sintomi che possono manifestarsi come depressione includono: disturbi dell'adattamen­to, disturbi del comportamento e sindrome da stress post-traumatico (PTSD).
Inoltre, il sentirsi depresso può essere il risultato di una situazione di scoraggiamento che potrebbe anche essere considerata relativamente normale nel corso degli alti e bassi della vita quotidiana.
Per quanto riguarda la depressione situazionale, si è argomentato che gli Americani cercano troppo frequentemente il trattamento farmacologico, quando, in effetti, quello che stanno sperimentando può essere considerato "normale". Per esempio, è assolutamente normale sentirsi occasionalmente "giù di corda" o tristi, avere "una brutta giornata sul lavoro, o "rispondere con emozioni dì tristezza o disforia" a situazioni deludenti.
Questi sentimenti generalmente si riferiscono ad una situazione particolare, tendono ad essere transitori e raramente sono invalidanti.
Sindrome Depressiva Maggiore
 Secondo il DSM-IV, il Manuale Diagnostico e Statistico Dell'associazione Psichiatrica Americana Dei Disturbi Mentali (quarta ed. Modificata), la Sindrome Depressiva Maggiore, talvolta detta anche Depressione Monopolare, è caratterizzata da un periodo di tempo di almeno due settimane durante le quali sono presenti o disturbi dell'umore, o la perdita di interesse e/o di piacere in quasi tutte le attività, compreso il sesso. Le persone possono ridurre i contatti sociali e possono perdere l'interesse per quegli hobby che precedentemente amavano: per esempio, durante il fine settimana, un subacqueo sfegatato potrebbe non provare più interesse per le immersioni.
Inoltre, perché sia diagnosticata una Sindrome Depressiva Maggiore, è necessario che siano presenti almeno quattro dei seguenti sintomi:
•   Variazioni  dell'appetito; generalmente si riscontra una perdita di appetito, ma questo "cambiamento" può includere una voglia parossistica di dolci o di alimenti "fast food" facili da consumare;
•   Significativa e non  intenzionale perdita o aumento di peso (vale a dire un cambiamento in più o in meno del 5 per cento del proprio peso corporeo in un mese);
•   Insonnia   (sonno  inadeguato)  o  ipersonnia (eccessiva sonnolenza);
•  Modifiche nell'attività psicomotoria, quali agitazione o irrequietezza o, all'opposto, tendenza a non muoversi per niente;
•  Riduzione del livello di energia, sensazione di stanchezza cronica;
•  Sensazione di inadeguatezza, disperazione, senso di colpa; o rimuginazioni su errori non gravi del passato;
•  difficoltà del pensiero, della concentrazione, o nel  dover prendere decisioni; aumento della capacità di distrarsi;
•  Pensieri ricorrenti di morte o di suicidio (incluso la sua programmazione ed eventuali tentativi).
Perché sia diagnosticata una sindrome Depressiva Maggiore, è necessario che l'individuo
avverta questi sintomi quasi continuamente per un periodo di almeno due settimane. Inoltre questi sintomi devono essere accompagnati da una situazione clinicamente significativa di angoscia o di disagio nei rapporti sociali, professionali, scolastici o in altri campi. Nei casi di media gravita l'individuo può apparire di stare bene, ma necessita di maggior energia e di un maggior sforzo emozionale per sembrare "normale."
Gli individui affetti da Sindrome Depressiva Maggiore appaiono spesso prossimi alle lacrime, irritabili, astiosi ed ansiosi, con un'eccessiva preoccupazione per la propria salute fisica ed iper-reattivi al dolore (emicranie, dolore alle articolazioni, dolori addominali od altri). L'incremento dell'assunzione di alcool o l'abuso di altre sostanze può complicare il problema. Nei casi più severi, può essere presente anche una psicosi.
Inoltre, alcuni studi e ricerche indicano che alcuni episodi depressivi sono legati al cambiamento di stagione,  un fenomeno spesso identificato come Disordine Affettivo Stagionale (SAD). Gli individui affetti da SAD spesso avvertono i sintomi depressivi in un particolare periodo dell'anno, solitamente in autunno o in inverno, con i sintomi che si riducono con l'arrivo della primavera.
 Distimia
La Sindrome Distimica, o Distimia, è caratterizzata da un tono dell'umore cronicamente depresso che si presenta quasi ogni giorno per un periodo di almeno due anni (ossia, la persona non è priva di sintomi per più di 60 giorni durante il periodo dei due anni). Nel tempo in cui è depresso, l'individuo presenta inoltre almeno due dei seguenti sintomi associati: mancanza o eccesso di appetito, insonnia
o ipersonnia, mancanza di energia o senso di affaticamento, ridotta autostima, scarsa concentrazione o difficoltà nel prendere decisioni, disperazione o sensazione di mancanza di speranza.
La Distimia solitamente inizia precocemente ed in maniera insidiosa, spesso insorgendo fin dall'infanzia e si manifesta più comunemente in persone che hanno parenti prossimi con una storia di depressione. Se una persona con Sindrome Distimica presenta inoltre comportamenti che rispondono ai criteri della Sindrome Depressiva Maggiore, vanno diagnosticate e trattate entrambe le patologie.
I disturbi dell'adattamento sono, come implica il nome stesso, disturbi emozionali e/o del comportamento: in questo caso umore depresso, facilità al pianto e senso di disperazione si pre­sentano in risposta a fattori stressanti identificabili.
Questi fattori di stress possono essere:
• Acuti, quali la recente perdita di un lavoro o un divorzio;
•  Cronici, come il convivere con una patologia cronica quali il diabete o l'HIV;
•  Ricorrenti, come l'annuale "depressione delle feste Natalizie".
A differenza della Sindrome da Stress Post-traumatico, in cui il fattore di stress deve essere "estremo", i disturbi dell'adattamento possono comparire anche in seguito ad eventi stressanti relativamente "modesti". È interessante notare che persino gli eventi positivi, come il finire l'università, il diventare genitore, l'inizio di un nuovo e molto desiderato lavoro, l'andare in pensione, o persino "lo sforzo" di andare via per una vacanza di immersioni, possono innescare sintomi depressivi correlati con l'adattamento. I disturbi dell'adattamento sono solitamente di breve durata, spesso dipendono dalla gravità dell'evento stressante e, per definizione, non persistono per più di sei mesi dopo che il fattore stressante sia terminato. Quando i sintomi si presentano in risposta alla morte di una persona amata, anziché di disturbi dell'adattamento si parla di "Elaborazione del Lutto". Spesso le persone ritengono "normale" questa depressione del tono dell'umore, ma possono cercare l'assistenza di un professionista per i sintomi ad essa associati, come l'insonnia, o quando ritengono che il loro dolore sia eccessivamente prolungato. Alcuni considerano uno o due mesi come un idoneo periodo di tempo per portare il lutto, mentre in altre culture, per superare la perdita della persona amata, si rispetta un periodo di un anno.
La Sindrome Depressiva Non Altrimenti Specificata (NOS).
Precedentemente denominata Depressione Atipica, la Sindrome Depressiva Non Altrimenti Specificata è una categoria riservata ai disturbi depressivi che non rispondono ai test di verifica ed ai criteri per la Sindrome Depressiva Mag­giore, per la Sindrome Distimica o per i Disturbi dell'Adattamento. La NOS può includere:
•  Disturbi disforici pre-mestruali, nei quali si evidenzia un tono dell'umore marcatamente depresso, ansietà, labilità affettiva e perdita di interesse nelle comuni attività. Questi si verificano circa una settimana prima e normalmente si risolvono entro i primi giorni dalla comparsa del mestruo.
•  Disturbi depressivi minori, dove gli episodi di depressione durano per almeno due settimane ma non rispondono agli altri test di verifica per la Depressione Maggiore.
•  Disturbi depressivi ricorrenti di breve durata, nei quali vi sono episodi depressivi di media enti­tà che durano dai due ai 14 giorni e che sopravvengono almeno mensilmente nel corso dell'ultimo anno (ma che non sono connessi con il ciclo mestruale).
È stato inoltre suggerito che ci può essere una Sindrome Depressiva della Personalità, condizione caratterizzata da una penetrante tristezza, sensazione di sconforto ed infelicità. Gli individui affetti da tale sindrome sono tipicamente provvisti di un senso dell'autostima molto basso, vengono giudicati eccessivamente seri, difettano del senso dell'umorismo e sembrano incapaci di divertirsi. Come il personaggio Eeyore della serie Winnie the Pooh di A. A. Milne, essi sono pessi­misti e critici, e dubitano che le circostanze possano mai migliorare.
E stato notato che tra il 10 ed il 45 per cento dei pazienti psichiatrici mostra preesistenti condizioni mediche che possono essere collegate con i loro sintomi. Mentre sono molte le malattie o le condizioni mediche che si possono manifestare con disforia, affaticamento, insonnia e problemi di appetito, alcune di esse sono di particolare interesse. Queste includono: Lupus Eritematoso Sistemico (LES), Sindrome di Immunodeficienza Acquisita (HIV), Sindrome di Lyme, Morbo di Addison (insufficienza cortico-surrenale cronica), Morbo di Cushing, ipotiroidismo, ipoparatiroidismo, anemia, problemi correlati al ciclo mestruale o Sindrome
Pre-mestruale (già vista prima), Sindrome Post-parto, carenza di vitamina B6 o B12, Sclerosi Multipla, alcune lesioni traumatiche o tumori del cranio ed epilessia. Inoltre, circa il 40 per cento delle persone che hanno sofferto di infarto sviluppano una sinto­matologia depressiva. È importante notare che le alterazioni nel tono dell'umore possono anche essere indotte da alcuni farmaci. Questi possono includere:
•  farmaci dell'apparato cardiovascolare: digitale, guanetidina, metildopa, captopril, idralazina;
•  farmaci inibenti il Sistema Nervoso Centrale: alcool, benzodiazepine (Valium, Xanax, Ativan) o barbiturici (per esempio il fenobarbital - Luminal, utilizzato per il trattamento dell'epilessia);
•  sferoidi o ormoni quali il progesterone, gli estrogeni o i gluco-corticoidi;
• anche altri farmaci possono provocare o simulare la depressione, quali la cimetidina (Taga-met), la ciclosporina (Sandimmune), la carbidopa-levodopa (Sinemet), utilizzata per il trattamento del Morbo di Parkinson, l'interferone, gli oppioidi e la procarbazina (Natulan), impiegata per il trattamento di alcuni tipi di tumori. Analogamente, anche la sospensione dell'assunzione di alcuni tipi di droghe, ivi comprese la cocaina e le anfetamine, può sfociare in sintomi simili alla depressione. Benché non vi siano specifici esami di laboratorio atti a diagnosticare i disturbi depressivi, un esame fisico completo effettuato dal vostro medico, come pure un'attenta anamnesi clinica, può concorrere ad eliminare  alcune  delle  situazioni  mediche elencate sopra. Ci sono anche un certo numero di test psicologici che possono essere di grande aiuto per poter fare una diagnosi (*).
Mentre la diagnosi iniziale può farla il vostro medico curante, per la diagnosi differenziale e/o per il trattamento dovreste poi far riferimento ad uno specialista.
2° PARTE - LA GESTIONE DELLA DEPRESSIONE
Innanzi tutto vi sono due modi per trattare la depressione: la terapia farmacologica e quella comportamentale.
Anche la terapia Elettroconvulsiva, o ECT, può essere utilizzata nei casi di Sindrome depressiva maggiore o in quei casi che non rispondono ai farmaci antidepressivi. Tuttavia, a causa della sua immagine negativa, è usata molto meno fre­quentemente rispetto alla terapia farmacologia. Per le persone affette da disturbi affettivi stagionali è stata anche effettuata una ricerca sull'impiego dell'illuminazione a pieno spettro. Per alcuni individui, è stato perfino ipotizzato un loro trasferimento a latitudini più basse o di estendere le vacanze invernali negli assolati Caraibi. Le sostanze farmacologiche possono includere l'uso dei farmaci antidepressivi ai quali occasionalmente associare sostanze quali il buspirone (Buspar) o l'alprazolam (Xanax), allo scopo di ridurre l'ansia talvolta connessa con i sintomi depressivi. I farmaci antidepressivi specifici includono:
•  Gli Inibitori Selettivi del Re-uptake (recupero) della Serotino (SSRI), quali Prozac, Zoloft, Effexor, Paxil e Celexa;
•  I Triciclici (TCA) ed i tetraciclici, quali amitriptilina (Elavil), doxepin  (Sinequan),  imipramina (Tofranil) o nortriptilina (Pamelor);
• Altri antidepressivi come il trazodone (Desyrel) o il bupropione (Wellbutrin, Zyban);
oppure, ma meno frequentemente usati,
•    Gli   Inibitori   delle   Monoamino-Ossidasi (IMAO), come la fenelzina (Nardil).
Ogni anno vengono prescritte milioni di ricette di farmaci antidepressivi.
Una recente indagine condotta su 50 subacquei ha indicato che circa uno su 20 assumeva o aveva assunto farmaci antidepressivi. Questi numeri sono in linea con la vantazione della depressione nel totale della popolazione, come visto in precedenza.
Ogni classe di farmaci antidepressivi presenta un certo numero di effetti collaterali; tra questi alcuni sono di particolare rilevanza per subacquei. Di primaria importanza sono tutti quegli effetti che modificano lo stato di coscienza o alterano la capacità di prendere delle decisioni razionali. La sedazione è un effetto secondario comune con i Triciclici e con il trazodone e vi è un rischio lievemente aumentato di convulsioni con l'utilizzo del bupropione. La nausea, la diarrea e l'insonnia sono gli effetti secondari più comuni degli Inibitori Selettivi del Re-uptake della Serotino.
Gli effetti secondari dai farmaci dovrebbero quindi essere discussi con il vostro medico prima di immergervi. È sconsigliata l'interruzione della terapia farmacologica per la durata di un viaggio di immersioni.
È da notare che si possono verificare numerose interazioni con altri farmaci prescritti, così come con i farmaci da banco, la caffeina, la spremuta di pompelmo, la nicotina ed i rimedi fitoterapici. Ci sono inoltre limitazioni dietetiche su determi­nati alimenti (alcuni tipi di carne e pesce, fo­maggi invecchiati, fichi, avocado, caffeina, Chianti ed altri vini rossi) per le persone che prendono gli Inibitori delle Monoamino-Ossidasi.
Se avete qualche dubbio in proposito, contattate il vostro medico prima di praticare l'attività subacquea.
Sebbene la maggior parte della gente ritenga molto più comodo prendere una pillola una o due volte al giorno, molti studi concordano sul fatto che il modo migliore per trattare la depressione sia una combinazione tra la terapia farmacologica e la psicoterapia. Tuttavia, ancora oggi sembra esserci una certa riluttanza ad andare da uno psichiatra, uno psicologo o un consulente, probabilmente per il timore di accollarsi un "marchio" di tipo sociale.
La Terapia Cognitivo-Comportamentale
 Sebbene lo Specialista possa scegliere tra numerosi approcci psicoterapeutici, la terapia cognitivo-comportamentale è indiscutibilmente la metodica per il trattamento della depressione più approfonditamente studiata. Alcune fonti segnalano che nel trattamento della depressione la terapia cognitiva è efficace quanto la terapia farmacologia e ci sono evidenze che essa può avere effetti di lunga durata, quali ad esempio la prevenzione delle ricadute, non riscontrabili con gli altri metodi.
Le sessioni di terapia normalmente sono organizzate una o due volte alla settimana. Le sedute possono essere individuali o possono includere la famiglia, il marito/moglie o il compagno/a per affrontare eventuali problemi sorti in seguito a questi rapporti. In alcuni casi il soggetto può essere invitato ad una sessione di gruppo con altre persone che presentano analoghe difficoltà. Questi gruppi sono particolarmente utili in termini di supporto. In molti casi ci può essere un note­vole miglioramento in soltanto 10-15 sessioni. Immergersi O Non Immergersi? Questo è il dilemma
Sì... Per i casi di depressione più lievi, l'immersione può veramente essere raccomandata: l'aumento del livello di attività di un individuo può essere di considerevole aiuto nella depressione. Un dubbio importante da porsi è però se la persona sia in grado di prendersi cura di se stesso in caso d'emergenza o di aiutare un compagno che si trovi in difficoltà.
No... Il buonsenso suggerisce che l'attività subacquea dovrebbe essere scoraggiata negli individui che presentano sintomi più severi, per esempio quando la sintomatologia non è controllata dai farmaci, quando un individuo non può assolutamente essere d'aiuto a se stesso o agli altri in caso di emergenza o quando si hanno propositi suicidi o una storia di tentato suicidio.
E stato ipotizzato che alcuni degli infortuni mortali in corso di immersione segnalati al Divers Alert Network nel corso degli anni potessero in realtà trattarsi di suicidio (le ricerche hanno indicato che le persone severamente depresse presentano un tasso di suicidio di circa il 15 per cento e sono 30 volte più a rischio di uccidersi rispetto alle persone non depresse).
 Uno Sguardo al futuro
Tuttavia, vi è speranza. Con il trattamento, l’80 / 90 per cento delle persone mostrano un certo miglioramento, solitamente in un arco di tempo di otto - 12 settimane.
Per concludere, il Depression Sourcebook (raccolta di documentazioni sulla depressione) elenca alcune linee guida di auto-trattamento per chi soffre di sintomi depressivi. Queste includono:
•  Imparate il più possibile sui vostri disturbi ed il loro relativo trattamento.
•  Prendete in considerazione la possibilità di cambiare dieta e di assumere integratori dieteti­ci. Consumate pasti equilibrati. Mangiate cibi ricchi di carboidrati complessi piuttosto che zuc­cheri raffinati ed alimenti precotti, soprattutto se si tende ad ingrassare: una vacanza di immersioni non deve necessariamente trasformarsi in un periodo in cui ci si "lascia andare". Evitate il consumo di alcool e di caffeina.
•  Valutate la possibilità di assumere supplementi vitaminici/minerali ed olio di semi di lino, dopo avere consultato il vostro medico. Molti medici non suggeriscono di prendere rimedi a base di erbe come ad esempio l'iperico (erba di S. Giovanni), soprattutto se state già prendendo i farmaci antidepressivi prescritti, a causa di possibili ed inaspettate interazioni tra i farmaci.
•  Tentate di comportarvi in maniera regolare nella vostra routine quotidiana. Questo può risultare abbastanza difficile durante una vacanza di immersioni, ma include l'andare a dormire più o meno alla stessa ora ogni giorno, mangiare in orari stabiliti, ecc.
Viaggiare dagli Stati Uniti ai Caraibi solitamente non è difficile quanto viaggiare verso altre destinazioni.
[Nota del Traduttore: I Caraibi, per gli Americani ed i Canadesi, sono come il Mar Rosso per gli Europei]
•  Approntate una tabella o un diario dei vostri comportamenti e di qualunque evento personale significativo, compreso qualsiasi episodio positivo, quali la laurea o altre qualifiche, le nozze, o le vacanze.
•  Cercate di mantenervi occupati e praticate regolare attività fisica. Lo ripeto, l'esercizio fisico è di valido aiuto nei casi di depressione lieve e moderata. L'attività aerobica è probabilmente lo sport migliore da praticare, ma qualsiasi altra attività è meglio di niente.
Le attività svolte insieme ad un compagno possono contribuire anche a mantenervi focalizzati e motivati.
• Imparate le tecniche per alleviare lo stress quali il rilassamento, la meditazione ed altre attività analoghe.
•  Considerate la possibilità di frequentare un gruppo di sostegno. Spesso è più facile esprimere i propri pensieri ed emozioni con persone che si trovano nella stessa situazione. Procuratevi maggiori informazioni presso l'Associazione Psichiatrica Americana, www.psych.org,
 l'Istituto Nazionale per la Salu­te Mentale, www.nimh.nih.gov,
 l'Associazione Nazionale per la Depressione e la Sindrome Maniaco-depressiva, www.ndmda.org,
o sul sito Web del Divers Alert Network, www.diversalert-network.org.

(*) [Questi includono il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI-llj, il Personality Assessment Inventory {PAI}, la scala della depressione di Hamilton ed il Beck Depression Inventory, tanto per citarne alcuni.]
 Anche eventi positivi, come finire l'università, diventare genitore, iniziare un lavoro nuovo e molto desiderato, andare in pensione, o persino "lo stress" di andare via per una vacanza di immersioni, possono innescare i sintomi depres­sivi correlati con l'adattamento. Tra il 10 ed il 45 per cento dei pazienti psichiatrici presenta condizioni mediche preesistenti che possono essere collegate con i loro sintomi. Gli effetti collaterali dei farmaci dovrebbero essere discussi con il vostro medico prima di immergervi. È decisamente sconsigliato interrompere la terapia farmacologica nel corso di un viaggio di immersioni.
Per i casi di depressione più lievi, l'immersione può essere molto raccomandata: è stato provato che l'aumento del livello di attività di un individuo è di valido aiuto nella depressione. Il dubbio maggiore, in questi casi, è se la persona possa prendersi cura di se stesso in caso d'emergenza o aiutare un compagno qualora questi si trovasse in difficoltà.

4° trimestre 2005

Editoriale Dr. Alessandro Marroni

DAN divers day

L'esposizione ad elevate altitudini dopo l'immersione di Dan Kinkade, DAN Medical Information

Osteocondrite Di Joel Dovenbarger, Vice presidente del DAN America Medical Services

Diamo ancora un'occhiata ai rebreathers Di Robert N. Rossier

I su giù delle immersioni Di Bob Rossier

 

Editoriale

Cari membri DAN Europe,
   Lo scorso 24 settembre 2005, il DAN Europe ha ospitato international DAN Meeting 2005 ed in quest'occasione, ha anche organizzato uno dei più interessanti ed aggiornati convegni di "Medicina Subacquea per Subacquei" degli ultimi anni. L'evento è stato seguito da oltre 700 subacquei, medici e studiosi provenienti da tutta Europa e perfino da luoghi molto lontani come l'Australia. Nel corso di questo convegno davvero unico, i presenti si sono avvalsi della possibilità, più unica che rara, di venire a contatto con alcuni dei maggiori esperti di medicina subacquea al mondo e di poter comunicare direttamente con loro. Quello che segue è un rapporto riepilogativo del DAN Divers Day 2005, approntato dal Dott. Sergio Discepolo, DAN Europe Communications Specialist. Buona lettura!


Acque chiare a tutti voi!
 Prof. Alessandro Marroni, M.D.
Presidente DAN Europe, Presidente International DAN

DAN divers day

Il convegno "Adavances in Diving Medicine and Safety" organizzato dal DAN Europe e tenutosi a Roma il 24 settembre scorso in occasione della riunione annuale dei Direttori dell'IDAN ha visto un'affluenza di pubblico di là da ogni aspettativa. È la prima volta in assoluto che ad un convegno di medicina iperbarica si sono visti intervenire così tanti subacquei non medici. Al DAN Day hanno partecipato oltre 750 persone, provenienti non soltanto dall'Italia, paese ospitante di turno, ma anche da Francia, Spagna, Germania e numerosi altri paesi limitrofi, segno che anche materie molto specifiche e non alla portata di tutti riscuotono grande interesse, quando toccano argomenti riguardanti la nostra sicurezza in immersione. È anche la prima volta che l'Italia ospita questo meeting. Le riunioni dei Direttori dell'IDAN sono, infatti, itineranti e vengono organizzate, a turno, da ciascuno dei cinque membri, così da dare a tutti gli appartenenti al DAN International la possibilità di incontrare, ogni cinque anni, i maggiori esperti internazionali nel campo della medicina Subacquea ed Iperbarica e di ascoltare di persona, le più recenti innovazioni. In particolare questo incontro è stato denso di novità e di anticipazioni sui risultati delle più attuali ricerche dei programmi Project Dive Exploration e DAN Europe Diving Safety Laboratory. In questa sede ci limiteremo a citare gli argomenti delle relazioni presentate nel corso del meeting e per maggiori approfondimenti rimandiamo alla lettura degli atti del congresso che sono di prossima pubblicazione.
Dopo l'apertura del convegno e la presentazione dei Relatori da parte del Prof. Marroni, Presidente DAN Europe e IDAN, ha aperto i lavori il Prof. Peter Bennett, fondatore del DAN America, che ha presentato i dati di uno studio epidemiologico sugli incidenti subacquei. Il DAN ha intrapreso la sua attività, che inizialmente era fondamentalmente solo quella di aiutare i subacquei in caso di incidente, nel 1981 ed ha iniziato a raccogliere dati epidemiologici sugli incidenti subacquei a partire dal 1987 collezionando, sinora, oltre 100.000 immersioni registrate. Lo scopo principale della raccolta dei dati epidemiologici è quello di cercare di capire come e perché avvengono gli incidenti, in modo da poter prevenire casi analoghi in futuro.
Nel corso degli anni il numero delle chiamate alla centrale operativa è andato aumentando con l'incremento del numero dei subacquei praticanti ed al giorno d'oggi il DAN America riceve annualmente una media di oltre 15.000 chiamate; di queste, circa 2.000 sono richieste di aiuto di emergenza, provenienti per lo più dall'area Caraibica, che è la località di immersioni preferita dai subacquei del continente Nord-Americano. È stato evidenziato che le principali cause di incidente sono gli errori umani, in particolare quelli relativi al mancato controllo dell'assetto ed alla risalita rapida, condizioni che determinano un'intensa formazione di bolle, mentre sugli incidenti fatali incidono molto le patologie preesistenti. Il Prof Bennett ha anche illustrato il Project Dive Exploration (PDE), che ha permesso di raccogliere un'ampia casistica relativa alla sintomatologia lamentata dai subacquei in caso di Patologia Da Decompressione (PDD), ai relativi metodi di trattamento in camera iperbarica, alle condizioni di salute dei subacquei infortunati, agli scopi dell'immersione (ricreativa, tecnica, istruzione, scientifica), alle profondità delle immersioni ed all'equipaggiamento utilizzato. Successivamente ha preso la parola il Dr. Mike Curley, Presidente DAN America, che ha discusso del comportamento umano in immersione, del ruolo dello stress e del panico, dell'am­biente e dell'attrezzatura, ossia di quelle variabili in grado di determinare alterazioni cognitive o mentali nel mondo sommerso. Lo stress colpisce tutti coloro che vanno sott'acqua e si trovano a dover affrontare modificazioni fisiologiche che spaziano dalla ridistribuzione del sangue corporeo all'incremento del ritmo respiratorio, anche se naturalmente ciascuno reagisce in maniera diversa a que­ste variazioni. A causa dell'ambiente molto particolare nel quale i subacquei si trovano ad agire, è alquanto comune che si possa anda­re incontro a stati di ansia. Sott'acqua, infatti, ci possono essere molteplici motivi di stress: una temperatura troppo fredda, la pressione che comprime gli spazi aerei del nostro corpo, la difficoltà a muoversi in un ambiente molto più denso di quello dell'aria, la visione e l'udito alterati anch'essi dalla densità del mezzo, la posizione assunta in immersione, tutte cose che sottopongono il nostro organismo a dover affrontare una serie di adattamenti. Le cause più comuni di panico, tra i subacquei, sono risultate essere la fine della scorta d'a­ria, la perdita del compagno, l'intrappolamento, l'eccessiva zavorra, un guasto dell'attrezzatura, la perdita dell'orientamento. Il dr. Curley ha poi presentato altre interessanti considerazioni sul comportamento umano in immersione, sugli effetti della narcosi d'azoto e sulle conseguenze a lungo termine delle immersioni. Le relazioni successive, che illustrano come viene effettuata la Ricerca DAN ed i suoi più recenti risultati, sono state presentate dal Dr. Frans Cronjè del DAN Sudafrica, dal Prof. Costantino Balestra, direttore della ricerca DAN Europe e dal Prof Marroni, Presidente DAN Europe e IDAN. Il Dr. Frans Cronjè ha esordito facendo una panoramica sullo stato della ricerca, illustrando le metodiche e gli scopi della Ricerca DAN ed in particolare del progetto DAN Europe Diving Safety Laboratory (DSL). Nella subacquea vi è molta diversità di opinioni in tema di sicurezza in immersione e questa è la manifestazione della carenza di fatti certi ed incontrovertibili. Uno dei principali obiettivi della ricerca DAN è pertanto quello di focalizzare le aree di mag­gior interesse, investigare su questi argomenti e fornire risposte basate sull'evidenza dei fatti. I dati statistici raccolti dal DAN Europe indicano che il rischio di andare incontro ad un incidente da decompressione è solo di 1 ogni 10.000 subacquei. Nonostante ciò il DAN ritiene che questo rischio per i subac­quei ricreativi sia troppo alto. Per questi moti­vi il DAN sta conducendo delle ricerche su subacquei volontari. Uno dei principali obietti­vi del DAN è, infatti, quello di cercare di com­prendere le molteplici variabili che influiscono sulla sicurezza in immersione in modo da essere in grado di riuscire a prevenire i pro­blemi senza limitarsi ad intervenire solo successivamente sugli episodi negativi. Oltre al Progetto DSL, il DAN Europe ha in corso altri programmi speciali quali gli studi sul diabete, sulle immersioni dei subacquei portatori di handicap fisici e sulle variazioni termiche in immersione. Tutti, infatti, sanno che il freddo è un elemento predisponente alla MDD ed il DAN Europe sta conducendo ricerche sulla temperatura e sul flusso ematico cutaneo, per provare a far maggior luce sulla comprensio­ne delle malattie da decompressione. In acqua, però, possono verificarsi problemi correlati alla formazione di bolle ma anche problemi non dipendenti dalla loro formazione. Questi sono stati gli argomenti affrontati dal Prof. Balestra, che ha illustrato il Rebreather Project e presentato i risultati dell'uso di un monitor fisiologico sviluppato da DAN Europe che consente il monitoraggio in immersione in tempo reale del consumo di ossigeno, della produzione di CO2, del ritmo respiratorio e della frequenza cardiaca, insieme alla misura­zione costante, nel sacco polmone, della percentuale di O2 durante l'immersione con rebreathers utilizzando miscele arricchite (Nitrox). Gli studi sul ruolo di alcuni farmaci e dell'esercizio fisico preimmersione e sulla correlazione tra profilo di immersione, esercizio fisico, bolle gassose e PDD sono stati condotti anche grazie alla collaborazione di un gruppo di subacquei disabili di Trento. Il Prof. Balestra ha presentato i risultati dello studio sul Forame Ovale Pervio (PFO) ed ha poi fatto il punto su altri problemi subacquei che non sono collegati alla formazione di bolle, come ad esempio quelli relativi all'articolazione temporo-mandibolare nei subacquei che utilizzano i boccagli standard rispetto a quelli che utilizzano un boccaglio personalizzato. Lo stress articolare prolungato, come quello provocato dal morso del boccaglio dell'erogatore nel corso di immersioni con autorespiratore o dello snorkel per le immersioni in apnea, possono condurre a disordini dell'articolazione
temporo-mandibolare che si manifestano con mal di testa e dolori muscolari locali al termine dell'immersione.
Per quanto concerne invece i problemi correlati alla formazione di bolle, si può dire che, a partire dagli studi effettuati agli inizi del secolo scorso dal fisiologo scozzese J.S. Haldane, i ricercatori hanno passato il tempo ad affinare questi risultati ed a sviluppare vari strumenti matematici, meccanici e statistici che potessero aiutare ad evitare i sintomi dovuti alla decompressione ma, nonostante tutto, l'incidenza della PDD di tipo neurologico nelle immersioni subacquee ricreative è cambiata pochissimo. Il bersaglio principale della PDD sembra essere il midollo spinale, un tessuto veloce che ha un tempo di emisaturazione di 12.5 minuti. L'unico dato incontrovertibile, dopo oltre 100 anni passati a studiare le cause e la natura delle PDD, è che i problemi decompressivi sono legati principalmente ai cambiamenti di volume dei gas ed alla formazione di bolle a causa della sovrasaturazione dei tessuti, ma sappiamo ancora poco sui fattori che rendono più facile per il corpo umano la formazione delle bolle o che aumentano la reazione organica alle bolle una volta che esse si siano formate. Essenzialmente la PDD raggruppa una varietà di sindromi cliniche susseguenti all'espansione del gas inerte nel corso della fase di decompressione. Se la fase di decompressione potesse essere così controllata da non formare nessuna bolla, i problemi di PDD sarebbero definitivamente risolti. Per affrontare le problematiche relative alle fasi di decompressione ha preso la parola il Prof. Marroni, Presidente del DAN Europe e dell'IDAN, che ha esposto i traguardi del progetto DSL, naturale evoluzione del programma Safe Dive, ed il ruolo delle Deep Stops nella prevenzione delle Patologie Da Decompressione. Un importante elemento emerso dalla ricerca Safe Dive riguarda la notevole trasformazione del "profilo di immersione tipo" avvenuta nel tempo: oggi, rispetto a ieri, le immersioni ricreative sono mediamente meno profonde, durano più a lungo, hanno un andamento prevalentemente multilivello e sono più ravvicinate fra loro. Questa trasformazione del profilo tipo dell'immersione ricreativa ha spinto il DAN alla creazione di un laboratorio permanente (il DSL) che studi costantemente le abitudini dei subacquei in modo da essere pronti ad intervenire tempestivamente, qualora questo dovesse rendersi necessario, sulle modalità d'immersione e di prevenzione. I primi risultati confermano che la presenza di bolle postimmersione è un fenomeno del tutto comune, che il loro numero dipende dalla profondità e che i tessuti con tempi di emisaturazione veloci sembrano essere quelli più coinvolti nella produzione di bolle, soprattutto nel corso dell'immersione ripetitiva. È stato inoltre rilevato che il numero e la dimensione delle bolle sono direttamente correlati alla pressione parziale dell'azoto (PpN2) nei tessuti (alti valori di PpN2, sopra i 1100 mbar, si associano ad un elevato numero di bolle riscontrate e viceversa) e in particolare al livello di sovrasaturazione tissutale dell'azoto (se il valore M del tessuto pilo­ta supera l'80% si formano molte bolle). Dal­l'analisi dello studio è emerso che oltre il 67% delle immersioni ripetitive provoca un elevato numero di bolle. Ciò può essere addebitato alle procedure di immersione attualmente in uso, ossia a fattori quali la velocità di risalita e le soste di decompressione a bassa profondità che, evidentemente, non forniscono tempi sufficienti a far sì che i tessuti veloci scarichino abbastanza azoto durante le fasi critiche dell'immersione, con susseguente formazione di bolle. Queste osservazioni suggeriscono che, se si vuole migliorare la sicurezza dell'immersione, è necessario riesaminare le strategie per la decompressione dei compartimenti tessutali più veloci. Da qui lo "Studio sul Ruolo del Profilo di Risalita e delle Soste Profonde nella prevenzione della PDD: nuovi algoritmi per il calcolo decompressivo?" Sembra infatti che la riduzione della velocità di risalita, soprattutto durante il segmento più profondo, sia in grado di ridurre drasticamente il numero di bolle generate. L'introduzione quindi di una breve deep stop effettuata a metà della profondità massima raggiunta, dopo immersioni nell'ambito ricreativo ed in aggiunta all'ormai abituale sosta di sicurezza, sembra fare diminuire significativamente sia il numero di bolle registrate con il sistema Doppler, sia la tensione tessutale di azoto nei tessuti veloci e, conseguentemente, ridurre enormemente il rischio di PDD. Dopo la presentazione del Prof. Marroni si è svolta la cerimonia di premiazione di quelle persone che, con il proprio impegno, hanno collaborato ed hanno permesso lo svolgimento di queste ricerche: Massimo Pieri, che ha raccolto e coordinato i dati delle ricerche, Mario Giuseppe Leonardi, che ha messo a punto un software di raccolta dati, a breve dis­ponibile in rete in italiano ed in inglese e che ciascuno di noi potrà utilizzare per fornire dati e profili di immersione attraverso il proprio computer, Corrado Bonuccelli, autore delle complesse formule matematiche per il calcolo logaritmico dei profili di immersione, II Club Subacqueo Novara Laghi, la stoicità fatta persona, i cui soci si sono volontariamente sotto­posti ad una serie di immersioni stressanti ed in condizioni climatiche davvero difficili, riuscendo a raccogliere registrazioni doppler di una qualità sorprendente e Giuseppe Casalanguida, che con il suo gruppo ha attivamente collaborato alla raccolta dei dati. Alla ripresa dei lavori, nel pomeriggio, l'ing. Francois Burman, Vice Presidente del DAN Sud Africa ed autore del "Manuale Per La Valutazione Del Rischio Delle Camere Iperbariche", già adottato da numerosi centri, ha illustrato il progetto del DAN Europe per l'Assistenza alle Camere di decompressione (RCAP), mirato a promuovere la qualità e la sicurezza delle camere iperbariche. Il DAN, per aiutare i propri membri, dipende infatti dai centri iperbarici, di conseguenza è elemento vitale della missione del DAN aiutare e sostenere le camere iperbariche locali per accertarsi che il servizio sia di elevata qualità, privo di rischi e sempre disponibile. Per lo sviluppo di questo progetto il DAN Europe ha già intrapreso un processo di collaborazione gratuito con molti Centri Iperbarici, volto alla valutazione del rischio e della sicurezza delle camere in collaborazione con la squadra di gestione dell'impianto stesso. Il programma finora ha coinvolto diverse camere iperbariche nella zona del Mar Rosso, dell'Africa orientale, a Cipro ed in Turchia e sono in programma altre collaborazioni con centri iperbarici alle Maldive, in Thailandia ed in molte altre popolari zone di immersione.
Il Prof. Ramiro Cali Corleo, Vice Presidente DAN Europe, ha presentato una relazione sui nuovi standards europei di idoneità all'immersione approvati dal 6° Congresso congiunto dell'European Committee for Hyperbaric Medicine (ECHM), l'European Diving Techno­logy Committee (EDTC) ed il DAN Europe, tenutosi a Ginevra nell'ottobre del 2003, che ha visto trattare anche il vecchio dilemma tra visita medica ed autocertificazione. Di per sé anche questi argomenti meritereb­bero di essere illustrati più a fondo poiché sono fondamentali per la sicurezza, dal momento che molti incidenti fatali sono provocati da patologie preesistenti all'immersione, tuttavia in questa sede ci limiteremo a citare soltanto alcune principali conclusioni. Al fine di limitare il numero degli incidenti subacquei più facilmente evitabili, si raccomanda fortemente di compilare il questionario di autovalutazione iniziale insieme ad un medico, indipendentemente dal fatto che la visita medica venga poi effettuata o meno, per assicurarsi della completa comprensione delle domande da parte del subacqueo, in modo che egli possa decidere se immergersi o meno in maniera più informata.
Il DAN raccomanda però che tutti i subacquei si sottopongano ad una visita medica iniziale e periodica che controlli lo stato di salute indispensabile per svolgere in sicurezza l'attività subacquea, che si esplica in condizioni ambientali davvero straordinarie. Occorre pertanto porre particolare attenzione verso tutti gli organi che possono subire variazioni determinate dai cambi di pressione (come i polmoni, i seni, l'orecchio medio, le cavità dentarie, lo stomaco e l'intestino), come del resto per qualsiasi condizione che possa compromettere la nostra sopravvivenza nell'ambiente sommerso causando un'improvvisa perdita della coscienza o del controllo (come l'epilessia, i disturbi dell'orecchio interno, il diabete non controllato farmacologicamente e le fobie), oltre a quelle condizioni che interessano la resistenza, l'agilità e le prestazioni aerobiche in acqua nelle circostanze più difficili come l'invecchiamento, la coordinazione motoria, l'abilità nel nuoto, la resistenza ed il peso corporeo. In ogni caso, di estrema importanza per la riduzione del numero e della gravita degli incidenti, rimane sempre quella di immergersi entro i limiti concessi dal proprio stato di salute e dalla propria esperienza.
La relazione successiva ha trattato degli aspetti medici e dei recenti sviluppi sulla sicurezza nell'ambito delle immersioni tecniche sia professionali sia sportive ed è stata presentata dal Prof. Pasquale Longobardi, consulente medico del DAN Europe e membro dell'EDTC.
Sono stati evidenziati due aspetti caratteristici dell'immersione tecnica, ossia da un lato il timore della classe medica verso ciò che viene messo in atto in questo tipo di immersioni, dall'altro ciò che i subacquei tecnici ritengono invece si possa fare senza incorrere in rischi eccessivi. Nel corso di un convegno tenutosi a Sidney lo scorso anno è stato evidenziato che tra le principali cause di incidente in questo settore vi sono gli errori umani, come quelli in cui si incorre nella preparazione della miscela contenuta nelle bombole, nella scelta del gas per effettuare una specifica immersione, nel calcolo del consumo di gas, nel cambio dell'erogatore (nei circuiti aperti) o possono riguardare problemi collegati a guasti dell'attrezzatura (perdita accidentale di gas) ed alla tossicità da anidride carbonica (nei circuiti chiusi). A queste argomentazioni gli "addetti ai lavori" spesso ribattono che questi sono problemi facilmente evitabili con un adeguato addestramento, ma, ciononostante, gli incidenti avvengono ugualmente e talvolta accadono per cause imponderabili, ossia non prevedibili nella fase di organizzazione o di addestramento. Essi, infatti, sono spesso il risultato di una sopravvalutazione delle proprie capacità, dell'emulazione, magari tramite conoscenze apprese via internet, di problemi psico-fisici o di immersioni impegnative effettuate con subacuei non sufficientemente allenati o addestrati.
È stata poi la volta di John Lippmann, presidente del DAN Sud-Est Asia Pacifico, di illustrare i più recenti sviluppi nel primo soccorso di incidenti subacquei provocati da animali marini pericolosi, con l'ausilio di alcuni filmati video. Di questa tipologia di infortuni e delle specie animali che li vede coinvolti, l'Alert Diver si è occupato spesso, ma in questo caso John Lippmann ha voluto focalizzare l'interesse sulla tecnica di immobilizzazione pressoria, che risulta di estrema importanza per evitare o quanto meno minimizzare il rischio che un eventuale veleno iniettato con il morso o la puntura possa diffondersi nel circuito ematico. Questa tecnica è ampiamente illustrata nell'ambito del corso First Aid For Hazardous Marine Life messo a punto proprio dal DAN. L'ultima relazione della giornata è stata presentata dal Prof. Hioshihiro Mano, presidente DAN Giappone, che ha illustrato l'attività del DAN Giappone e le ricerche ivi condotte sugli incidenti subacquei ricreativi e tecnici.
Al termine del convegno, nonostante la giornata particolarmente impegnativa per la varietà e la difficoltà degli argomenti trattati, si è svolta un'ampia discussione che ha visto attivamente coinvolto il numerosissimo pubblico intervenuto, segno che il congresso ha toccato argomenti molto sentiti nell'ambito della comunità subacquea.
Prima della chiusura dei lavori si è svolto l'esame finale per l'accredito dei titoli formativi per medici (ECM). Ulteriori notizie sugli argomenti presentati saranno consumabili a breve sul sito www.daneurope.org

L'esposizione ad elevate altitudini dopo l'immersione
Dan Kinkade, DAN Medical Information

II Subacqueo: Uomo di 48 anni, alto 6 piedi ed 1 pollice (185 cm.), dal peso di 225 libbre (101 kg.). Al tempo di queste immersioni non aveva problemi di salute e non assumeva farmaci.
Brevettato sin dal 1999, con un'esperienza di 78 immersioni.
Le Immersioni: Questo subacqueo ha trascorso, in Messico, un periodo di quattro giorni dedicati alle immersioni. Durante questo periodo ha effettuato otto immersioni, ad una profondità massima di 82 piedi (25 mt.). L'ultima immersione è stata condotta ad una profondità massima di 53 piedi (16 mt.) e si è conclusa alle 21:20. Tutte le immersioni hanno avuto una durata di 48 minuti, con un intervallo di superficie di 1 ora tra un'immersione e quella successiva. Il subacqueo ha utilizzato l'aria, come miscela respiratoria, per tutte le sue immersioni ed ha impiegato il computer per pianificarle. Non ha avuto alcun problema nel corso delle immersioni e si sentiva benissimo alla fine dell'ultima, che era stata rinviata dalla sera precedente.
Le Complicazioni: II giorno seguente, 12 ore dopo l'ultima immersione, il subacqueo ha compiuto un breve volo in un velivolo non pressurizzato ad un'altezza di 3.000 piedi (904 metri). Dopo un intervallo di tre ore, ha quindi preso un volo charter pressurizzato per tornare a casa. Il rientro in volo è avvenuto senza incidenti ed il sub si sentiva bene, così come quando era partito per la sua vacanza. La mattina successiva si è svegliato sentendosi affaticato. Durante il giorno, ha poi avvertito problemi con la memoria a breve termine. Essendo un membro DAN, ha contattato la DAN Diving Emergency Hotline (linea telefonica d'emergenza subacquea), che gli ha raccomandato di recarsi presso un ospedale per farsi visitare. L'ospedale più vicino non era dotato di un'unità iperbarica. La Diagnosi: Giunto all'ospedale locale, dopo una prima valutazione dei sintomi, il subacqueo è stato sottoposto a trattamento con ossigeno al 100 per cento, tramite maschera facciale non rebreather. Dopo un'ora di trattamento con ossigeno l'affaticamento e la confusione non si erano risolti. Gli è stato quindi consigliato di recarsi, per sottoporsi ad altri accertamenti, presso l'unità iperbarica del centro medico universitario, dove il subac­queo è giunto il giorno seguente, dopo un ulteriore ritardo di 24 ore. Dopo gli opportuni esami, gli è stata diagnosticata una Malattia Da Decompressione di tipo II (MDD II) ed è stato inviato in camera iperbarica per il trattamento. È stato curato con la tabella 6 U.S. Navy Treatment, che ha determinato la completa risoluzione di tutti i sintomi. Risolti i problemi, il subacqueo è stato dimesso. Il medico della camera iperbarica non gli ha posto alcuna limitazione per la ripresa dell'attività subacquea o per il volo, quindi egli è tornato ad immergersi senza nessun problema.
 La Discussione: L'esporsi ad elevate altitudini dopo aver effettuato immersioni è un'evenienza alquanto comune tra i subacquei. Questo può comprendere il passaggio in auto su di un passo di montagna o il volo su aeromobili, pressurizzati o meno. Sui velivoli commerciali, la cabina normalmente è pressurizzata ad un livello di 8.000 piedi (2.411 metri) d'altezza. Gli esperti di Medicina Subacquea hanno identificato le esposizioni alle altitudini, dopo un'immersione, come un fattore di rischio per il manifestarsi dei sintomi di MDD. I dati raccolti dal DAN dimostrano che circa un quinto dei subacquei infortunati sono stati, in un certo qual modo, esposti ad altitudine dopo essersi immersi. Circa il 60 per cento di questi aveva compiuto un viaggio in aereo. Gli studi ancora in corso stanno valutando la durata degli intervalli di superficie per il volo dopo l'immersione. Attualmente, il tempo minimo d'attesa suggerito è di 12 ore per un'immersione singola senza obblighi di decompressione e di 24 ore per le immersioni multiple o per quelle che necessitino di tappe di deco. Queste linee-guida consento­no l'eliminazione dell'azoto residuo dall'organismo. Dopo l'immersione, l'azoto residuo impiega parecchie ore per essere eliminato dal corpo e riportare quindi l'organismo allo stesso livello presente prima dell'immersione. Quando il subacqueo si espone ad elevate altitudini subito dopo un'immersione, è come se facesse un'altra risalita. L'altitudine espone l'organismo ad una pres­sione inferiore ad 1 atmosfera. La riduzione di pressione interferisce con l'eliminazione del­l'azoto residuo ancora in corso e, basandosi sulle tabelle d'immersione standard, questo può determinare, nel subacqueo, il superamento dei limiti di azoto residuo accettabili. Ciò espone il subacqueo ad un elevato rischio di MDD.
LA TABELLA 6 DELL'U.S. NAVY
 La tabella 6 U.S. Navy è la metodica di trattamento più comunemente usata per i subacquei che soffrono di Malattia Da Decompressione. Essa consiste nell'alternare, in camera iperbarica, brevi periodi di respirazione di aria e lunghe fasi di respirazione di ossigeno al 100 per cento. Questo trattamento, sviluppato dall’.U.S. Navy per i suoi subacquei, è molto efficace e consente all'organismo, attraverso la decompressione ed il lento ritorno verso la pressione ambiente, di rilasciare gradualmente l'azoto in eccesso. Inoltre, la respirazione di elevate concentrazioni di ossigeno sotto pressione, determina un gradiente di pressione parziale del gas inerte (azoto) tale, da aumentarne la velocità di eliminazione dai tessuti corporei. La fase di trattamento dura complessivamente quattro ore e 45 minuti a due diverse "profondità" principali di pressurizzazione in camera iperbarica: la prima a 60 piedi (18 metri) per un'ora e 15 minuti, seguita da 30 minuti di "risalita" lenta a 30 piedi (9 metri) mentre si respira ossigeno; a questa seconda "profondità" si alterna la respirazione di aria e di ossigeno per due ore e 30 minuti. Infine, nella fase conclusiva, si impiegano 30 minuti per riportare il paziente a pressione ambiente mentre respira ossigeno al 100 per cento. Quando necessario, vale a dire in caso di sintomi particolarmente persistenti o recidivanti, il trattamento può essere esteso per tempi più lunghi, in modo da fornire al paziente una maggiore esposizione all'ossigeno. Tuttavia, per i polmoni ed il sistema nervoso vi sono limiti di tempi d'esposizione alle elevate concentrazioni di ossigeno che, nel corso di un singolo trattamento, per motivi di sicurezza, è bene non superare.
 LINEE-GUIDA PER IL VOLO DOPO L'IMMERSIONE
Le seguenti raccomandazioni, riferite ai subacquei ricreativi, rappresentano le conclusioni raggiunte dai partecipanti al "2002 Flying After Diving Workshop" (Convegno 2002 Sul Volo Dopo l'Immersione). Le raccomandazioni si basano su quanto scaturito dagli ultimi lavori clinici pubblicati e dai più recenti studi speri­mentali, come descritto negli Atti del Convegno, e si riferiscono ad immersioni effettuate respirando aria seguite da voli in cabine pressurizzate ad altezze comprese tra i 610 ed i 2.438 metri, per quei subacquei che non manifestino già segni o sintomi di Patologia Da Decompressione (PDD). Queste indicazioni hanno lo scopo di ridurre il rischio di comparsa dei sintomi di PDD durante i voli dopo le immersioni, ma non possono escluderne del tutto la manifestazione. Intervalli di superficie pre-volo più lunghi di quelli raccomandati, potranno essere in grado di ridurre ulteriormente i rischi.
 Immersioni entro i limiti di non decom­pressione:
•   immersione singola senza  necessità di decompressione: si suggerisce un intervallo di superficie minimo pre-volo di 12 ore.
• immersioni ripetitive o effettuate per più giorni consecutivi: si suggerisce un intervallo di superficie minimo pre-volo di 18 ore.
Immersioni   che   richiedono   tappe   di decompressione:
• Vi sono pochi lavori clinici e studi sperimentali su cui basarsi per formulare raccomanda­zioni e suggerimenti sul volo dopo immersioni con decompressione. Un intervallo di superficie pre-volo sostanzialmente più lungo delle 18 ore appare una stima abbastanza prudente.

Osteocondrite
è stato il peso della bombola, la capovolta per immergersi o il bagaglio troppo pesante che ha
causato il dolore al torace di questa subacquea?

Di Joel Dovenbarger,   Vice presidente del DAN America Medical Services

Solitamente, il semplice sollevamento di una bombola o della cintura di zavorra non è sufficiente a causare una lesione alla schiena, ma farlo in maniera scorretta, un numero considerevolmente alto di volte può diventarlo.
Domanda di un membro del Texas:
Dopo due giorni di immersioni, ho avvertito un dolore pungente lungo il lato destro delle costole, vicino al centro della gabbia toracica. Lo avevo già sentito il giorno precedente; ho preso un'aspirina e mi sono messa a riposo. Il dolore non era molto forte ed è andato via dopo parecchie ore. Quando ho effettuato un respiro profondo, ho avvertito più acutamente il dolore. Ho pensato ad un'eventuale sintomatologia da Malattia Da Decompressione (MDD) e quindi mi sono recata presso l'ospedale locale. La diagnosi è stata: osteocondrite. Non avevo mai sofferto di questa patologia in precedenza ed essa è durata soltanto tre giorni, guarendo nel frattempo che tornavo a casa. La dottoressa ha escluso qualsiasi forma di PDD e, in accordo con i risultati dell'esame radiologico del torace cui ero stata sottoposta, mi ha detto che soffrivo per un'infiammazione che si era localizzata proprio nella zona dove avvertivo il dolore. Mi ha fatto un massaggio e mi ha prescritto un farmaco da assumere quotidianamente fino all'esaurimento dell'intera confezione. L'unica differenza che ho notato, rispetto alle mie solite abitudini di immersione, era stata la seguente: per l'ingresso in acqua, nei due giorni di attività subacquea, avevo eseguito una capovolta. Solitamente, invece, pratico l'entrata con il "passo del gigante". Potrebbe essere stata questa la causa del dolore al torace? Sono una donna di 45 anni che gode di buona salute. Pratico regolarmente esercizio fisico ed il mio programma include anche il sollevamento pesi.
 Risposta:
Lei ha avuto pienamente ragione nell'andare a fondo per cercare la causa del suo malanno.
 L’osteocondrite, un'infiammazione del tessuto osseo che compare in seguito ad una ferita, una frattura o un distacco della porzione cartilaginea di un'articolazione, viene riscontrata più comunemente nel ginocchio. In alcuni casi, comunque, le superfici del tessuto connettivale poste tra lo sterno e le costole o nella colonna vertebrale possono essere danneggiate a causa di quest'infiammazione. Ogni volta che un subacqueo lamenta un dolore toracico bisogna fare una diagnosi differenziale tra le molteplici possibili cause a monte. La prima di queste è il barotrauma polmonare, una ferita da sovradistensione al polmone; l'altra è il pneumotorace conseguente, o collasso del polmone. Entrambe queste circostanze possono causare dolore toracico, in particolare quando la persona infortunata compie un respiro profondo. Per verificare queste condizioni, il medico può effettuare un esame radiografico del torace, una Tomografia Assiale Computerizzata (TAC) o auscultare la respirazione dell'individuo. Il medico curante dovrebbe anche prendere in considerazione l'eventualità di un interessamento cardiaco come un infarto, anche se di lieve entità. In altre parole, occorre verificare se il dolore non sia in realtà un sintomo di PDD "travestito" da dolore toracico. Dopo che un'accurata visita ed una R-x al torace abbiano eliminato le suddette diagnosi potenziali, la diagnosi di osteocondrite può dimostrarsi assennata, sebbene essa non sia una condizione molto comune tra i subacquei. Qualsiasi attività fisica che coinvolga il sollevamento o il trasporto di grossi pesi potrebbe essere stata la causa di questa tipologia di infiammazione. È impossibile stabilire la dinamica precisa che ha innescato questo episodio. Lo sforzo effettuato per il sollevamento della bombola, il cui peso è spostato verso l'alto mentre ci si tuffa all'indietro dalla barca, può essere causa di infiammazione. Coloro che non hanno mai applicato in precedenza la tecnica del tuffo all'indietro, dovrebbero generalmente prima esercitarsi saltando da una piccola barca o da un gommone. Questo consentirà a più subacquei di saltare in acqua nello stesso tempo, senza doversi necessariamente alzare in piedi nell'imbarcazione dopo avere indossato la propria attrezzatura. L'infiammazione può anche aver avuto inizio nel momento in cui lei si è alzata in piedi cercando di bilanciare il proprio peso per opporsi al rollio della barca. Questo, infatti, non è un movimento comune che l'organismo è abituato a fare nella vita di tutti i giorni. Può persino essere derivato dal sollevamento, dal nastro trasportatore dell'aeroporto, del bagaglio appena arrivato.
È impossibile, quindi, stabilire il momento preciso dell'accaduto, ma tutto ciò che ha sollevato può aver provocato abbastanza stress da irritare la cartilagine. In seguito, sia i movimenti fatti per indossare l'attrezzatura per l'immersione, sia il tuffo all'indietro, o forse persino lo sforzo inspiratorio contro la resi­stenza dell'erogatore sott'acqua può aver ulteriormente aggravato le condizioni. La riso­luzione dei sintomi dopo aver assunto il farmaco prescritto e l'astensione da ulteriori immersioni sembra essere stato il consiglio giusto. Una volta scomparsa la sintomatologia e non appena sarà tornata alla sua normale attività, potrà anche tornare ad immergersi di nuovo.
Sollevate i pesi nel modo giusto
 Un subacqueo che solleva 50 libbre (circa 22,7 Kg.) d'attrezzatura, dovrebbe sempre tenerne conto. Il semplice sollevamento di una bombola o di una cintura di zavorra normalmente non bastano a provocare danni alla schiena, ma sollevarli in modo errato numerose volte potrebbe, invece, causarne. Sollevate i pesi in maniera corretta. Minimizzate i problemi applicando i giusti meccanismi del corpo.
Spesso i subacquei o i membri dell'equipaggio devono prendere o riporre le bombole dagli appositi fori posti nelle panche delle barche. Molte persone fanno leva sul bacino anziché piegare le ginocchia. Quando vi trovate piegati sul "foro", potete alzare il braccio solo fino ad un certo punto, ma quando vi raddrizzate, impiegate la schiena. Viceversa, dovreste utilizzare i quadricipiti ed i glutei, vale a dire i due muscoli più grossi del corpo (quei muscoli posti, rispettivamente, nella zona anteriore della coscia e nelle natiche). Fate perno, quando passate degli oggetti. Spesso, quando si accingono a caricare o scaricare attrezzature dalla barca, i subacquei adottano il metodo detto "del passaggio del secchio". Quando passano degli oggetti, essi dovrebbero invece fare perno, anziché torcere il bacino.
Non sostenete gli oggetti all'altezza del braccio.
Ciò aumenta lo stress alla spina dorsale di sette/dieci volte. Un peso di 2 pounds (circa 0.9 chilogrammi), tenuto lontano dal corpo, richiede uno sforzo dalla spina dorsale pari a quello di un peso di 20 pounds (9-kg). Portate gli oggetti tenendoli vicini al corpo Trasportate la bombola sulla spalla, in modo che il peso poggi diritto in giù o reggetela di traverso sul torace, tenendola con entrambe le braccia. Per trasportare due bombole, i subacquei dovrebbero equilibrare il peso portandone una per ciascun braccio. Un'ottima scelta è quella di portare la bombola sulla schiena già montata nel GAV e trasportare la borsa delle attrezzature come uno zaino. Per trasportare gli oggetti pesanti utilizzate un carrello.
Fate più viaggi con piccoli carichi, anziché il contrario. Se non siete in grado di sollevare un oggetto senza fare uno sforzo eccessivo, non alzatelo. Issatelo compiendo un movimento regolare. Se dovete fare in fretta, muovendovi a scatti, vuoi dire che è troppo pesante per voi.
Quando dovete sollevare un oggetto, prestate attenzione alla posizione della testa Ciò eviterà problemi alle vertebre cervicali. La testa pesa circa 12 pounds/5.4 chilogrammi, ma quando vi chinate in avanti o all'indietro, lo sforzo sul collo è pari a quello di un peso di 36 pounds/16 chilogrammi. Curvatevi all'indietro per aiutarvi. Prestate molta attenzione all'allineamento della colonna vertebrale quando portate una bombola o quando vi arrampicate sulla scaletta per risalire in barca. La buona postura è la chiave per prevenire i problemi alla schiena, e non solo nei giorni in cui trasportate attrezzatura subacquea.

 

Diamo ancora un'occhiata ai rebreathers
Di Robert N. Rossier


I subacquei possono ottenere l'addestramento per l'impiego del rebreather in tempi brevi e possono persino noleggiare i rebreathers in diverse località site intorno al mondo, compresi numerosi villaggi vacanze e barche da crociera subacquee. Ancora una volta, la "Comunità Subacquea" ha sottovalutato l'abilità e la dedizione dei subacquei e la forte voglia di una tecnologia nuova e veramente stupefacente. A volte sembra quasi di vivere in un "mondo a perdere", nel quale semplicemente buttiamo via la metà di ciò che compriamo. Cerchiamo qualunque cosa che costi poco e se questo poi significa buttar via la maggior parte di quel che compriamo, generando una montagna di rifiuti, bene, che avvenga. I subacquei stanno buttando via del gran tempo. Tiriamo un respiro di preziosa aria, non la tratteniamo neanche un po' e poi la esaliamo buttandola via. Sembra un tale spreco, poiché utilizziamo soltanto una frazione dell'ossigeno contenuto nell'aria inalata. Dopo tutto, così come ci viene insegnato nel corso di CPR, l'aria esalata contiene ancora sufficiente ossigeno da mantenerci in vita. Nel corso dei dieci anni appena passati, i subacquei hanno cominciato a riciclare il loro respiro, questo è tutto. La tecnologia del rebreather adesso consente ai subacquei di riciclare l'aria espirata, eliminando l'anidride carbonica ed aggiungendo nuovo ossigeno nella quantità necessaria. Il risultato è che questi subacquei ora possono indossare 45-libbre/20-kg di attrezzatura high-tech e guizzare sott'acqua per sei ore.
RISPARMIATE IL RESPIRO
 Quando fu pubblicata per la prima volta una panoramica sulla tecnologia del rebreather (AD III-IV 97), gli esperti profetizzarono che la tecnologia del rebreather non sarebbe mai penetrata nel mercato della subacquea ricreativa o sportiva. Gli "addetti ai lavori" pensavano, infatti, che le attrezzature fossero troppo costose, richiedevano un eccessivo addestramento e necessitavano di maggior manutenzione di quanta un subacqueo medio sarebbe stato disposto o in grado di assicurare. Inoltre il rebreather presentava anche problematiche di carattere assicurativo. I produttori di queste sofisticate attrezzature, che avrebbero invece potuto facilmente coinvolgere i subacquei oltre i limiti della subacquea sportiva ricreativa, avrebbero trovato nella copertura assicurativa lo scoglio maggiore da superare.
Queste stesse argomentazioni probabilmente furono espresse quando Jacques Cousteau ed Emile Gagnan assemblarono una bombola d'aria ad alta pressione con un erogatore a domanda e gli esperti, anche allora, sbagliarono di grosso. Malgrado il costo, la complessità, il rischio ed i requisiti di addestramento, le immersioni sportive rappresentano una grossa fetta del mercato ricreativo, un'attività che coinvolge milioni di subacquei. Nella stessa misura, molti esperti dell'industria subacquea avevano espresso le stesse critiche per il nitrox, quando comparve per la prima volta sulla scena, una ventina di anni fa. Era troppo complicato, troppo costoso e c'erano problematiche di carattere assicurativo. Adesso, il nitrox è comune almeno quanto le macchine fotografiche subacquee e migliaia di appassionati sono già stati addestrati per poterlo utilizzare.
Immagino che non sia una sorpresa che l'industria subacquea abbia prodotto rebreathers affidabili e che abbia approntato l'addestramento necessario per permettere ai subacquei sportivi di accedere all'ambiente sommerso quasi senza emettere bolle. Ed il numero delle attrezzature e dei subacquei brevettati per utilizzarle sono cresciuti in maniera stupefacente. I subacquei possono essere addestrati all'impiego del rebreather in brevissimo tempo e possono persino noleggiare i rebreathers in un vastissimo numero di zone tutto intorno al mondo, compresi numerosi villaggi turistici e barche da crociera subacquee. Ancora una volta, la "Comunità subacquea" ha sottovalutato l'abilità e la dedizione dei subacquei e la forte domanda di una tecnologia nuova e veramente stupefacente.
 REBREATHERS 101
Sebbene in commercio vi siano già molti tipi di rebreathers, e nonostante che per essi siano state ormai codificate diverse metodiche di classificazione, la differenza principale tra loro risiede nella misura in cui il circuito di respirazione è realmente un circuito chiuso. Un rebreather a Circuito Chiuso (CCR) virtualmente ricicla tutta la miscela respiratoria, aggiungendo abbastanza ossigeno da mantenere una pressione parziale (PPO2) appropriata. Probabilmente, però, il tipo più utilizzato nelle immersioni ricreative è il rebreather a Circuito Semi-Chiuso (SCR), che aggiunge costantemente del gas alla miscela da respirare e ne scarica una piccola parte per mantenere una PPO2 ragionevolmente costante. In ogni caso, tutti i rebreathers hanno alcuni elementi progettuali di base in comune. Tra questi, in primo luogo l'impianto di "lavaggio", un dispositivo che assorbe l'anidride carbonica (CO2) dall'aria esalata dal subacqueo. Un altro elemento è il sacco-respiratorio, o sacco-polmone, che serve da serbatoio di gas di respirazione per il sistema. Nel momento in cui il subacqueo inala, il gas di respirazione è prelevato dal sacco-polmone ed è convogliato nei polmoni del subacqueo. Quando si esala, l'aria è spinta dai polmoni del subacqueo all'interno del sacco-polmone. L'impianto di lavaggio ed il sacco-polmone formano quello che è chiamato il circuito di respirazione. In aggiunta a questo circuito c'è un serbatoio per il rifornimento del gas respiratorio, che di volta in volta può essere costituito da ossigeno, nitrox o altri tipi di gas. Insieme ai necessari regolatori di flusso e, in alcuni casi, ai monitor che controllano il contenuto di ossigeno nel circuito respiratorio, questi sono i componenti principali dei rebreathers. Nella maggior parte dei rebreathers, l'impianto di lavaggio è composto di una scatola metallica riempita con una miscela d'idrossido di sodio [Na-OH], idrossido di calcio [
Ca(OH)2] e idrossido di potassio [K-OH], venduta sotto nomi commerciali diversi. Il gas di respirazione esalato attraversa il materiale dell'impianto di lavaggio, che reagisce chimicamente con la CO2 per formare carbonati di sodio, di calcio e di potassio, eliminando così la CO2 dal ciclo di respirazione. Questa è una reazione chimica esotermica, cioè che libera energia sotto forma di calore, tendendo a riscaldare il gas nel ciclo respiratorio. Il risultato è che il subacqueo respira aria calda e umida, anziché fredda e asciutta, come quella presente in una bombola subacquea.
VARIAZIONI SUL TEMA
 Le unità rebreather più costose e più efficienti utilizzate nella subacquea ricreativa sono i dispositivi del tipo CCR. Queste unità misurano la PPO2 ed aggiungono l'ossigeno al ciclo di respirazione attraverso una bombola di O2, come è necessario per mantenere le funzioni metaboliche del subacqueo. Quindi, il tipo CCR mantiene una PPO2 relativamente costante, nonostante le variazioni di profondità e del ritmo respiratorio. Il CCR inoltre contiene una bombola per il gas diluente. Il gas diluente N, come l'azoto, l'heliox (una miscela di elio-ossigeno) o il trimix (una miscela di azoto, ossigeno ed elio) è impiegato per diluire l'ossigeno e mantenere la necessaria PPO2. Il diluente è aggiunto anche per mantenere il volume necessario di gas nel ciclo di respirazione. Il modello SCR, meno efficiente e sotto alcuni aspetti più semplice, è meno costoso e generalmente è il dispositivo più popolare fra i subacquei sportivi. I modelli SCR possono suddividersi in tre sottocategorie, secondo le metodiche principali attraverso le quali avviene il loro funzionamento. Il più semplice è il dispositivo a flusso di massa costante, che aggiunge una miscela di nitrox (EANx) al ciclo di respirazione ad un tasso di massa costante attraverso una valvola sonica (orifizio di precisione).
Una versione un po'più complicata deH'SCR è l'unità a volume respiratorio al minuto (RMV), che aggiunge EANx al ciclo di respirazione ad un tasso che è proporzionale al ritmo respiratorio del subacqueo. Questo modello è composto generalmente da un sistema contatore a doppio soffio del sacco-polmone. Ogni volta che il sacco-polmone compie un ciclo (si espande e si contrae), un piccolo volume di gas viene scaricato dal circuito di respirazione. L'SCR RMV è un poco più efficiente del dispositivo a flusso di peso costante, ma anche la sua manutenzione è più complicata ed è più difficile da utilizzare sott'acqua. La terza sottocategoria di SCR è il modello a rapporto costante, che aggiunge un gas diluente (generalmente aria) attraverso una valvola a profondità compensata. Anche l'ossigeno è aggiunto, attraverso un dispositivo a flusso di massa costante. Il risultato è un sistema che mantiene la PPO2 ad un valore pressappoco regolare.
 PUNTI DI CONFRONTO
 Spesso sono utilizzati criteri diversi per com­parare le prestazioni dei vari tipi di rebreathers. Uno di questi si riferisce all'economia dell'apparecchiatura nel consumo teorico del gas, rispetto a quella di un circuito subacqueo aperto, nel quale il consumo di gas è stabilito essere uguale ad "uno". Un dispositivo CCR può avere un'economia nel consumo di gas di "10X" o più, il che significa che il gas durerà almeno 10 volte più a lungo di quanto consentito da un circuito subacqueo aperto. Un dispositivo SCR generico può raggiungere un'efficienza di 3X o 4X; in questi casi, quindi, la scorta di gas potrebbe durare per tempi 3-4 volte maggiori di quelli di un circuito aperto. Le prestazioni effettive, però, possono cambiare al variare di alcuni fattori, tra i quali la profondità, la temperatura dell'acqua ed il ritmo respiratorio. Spesso, però, per i subacquei sono più importanti altri criteri di comparazione. I vari tipi di rebreathers presentano limitazioni di profondità differenti, che derivano dal tipo di gas diluente e dai principi fondamentali di funzionamento del dispositivo. Per esempio, l'impiego dei rebreathers a ossigeno, utilizzati dai militari, è limitato alle acque poco profonde, in genere 25 piedi/7.5 metri o anche meno, a causa del rischio inerente alla tossicità dell'ossigeno. La silenziosità del dispositivo è un'altra caratteristica da tenere in considerazione. I sistemi CCR normalmente non rilasciano alcuna bolla, eccetto durante la risalita, dove, a causa dell'espansione del gas, l'eccesso è scaricato dal circuito di respirazione. I dispositivi SCR sono meno silenziosi, giacché liberano piccole quantità di gas. In ogni caso nessun rebreather è rumoroso quanto un circuito subacqueo aperto. Altre considerazioni molto importanti da tener presente, quando si sceglie un rebreather, sono la quantità e la facilità di manutenzione richiesta e la disponibilità dei ricambi. Altri fattori da valutare sono l'addestramento necessario ed il supporto al cliente.
I PRO ED I CONTRO DEI REBREATHERS
 I rebreathers offrono un certo numero di potenziali vantaggi rispetto ai tradizionali circuiti subacquei aperti. In primo luogo, i rebreathers generalmente sono molto più silenziosi della loro controparte "dispensatrice di bolle", così che un subacqueo può avvicinarsi molto di più alle specie acquatiche e marine, sia per osservarle, sia eventualmente per fotografarle. In secondo luogo, l'estensione dei tempi di immersione e la riduzione degli obblighi di decompressione attirano molti subacquei. Inoltre, l'efficienza di un rebreather moderno può contribuire a ridurre le difficoltà di chi opera in ambienti nei quali la ricarica delle bombole pone seri problemi di carattere logistico.
I rebreathers, ovviamente, come tutte le apparecchiature tecnologicamente alquanto evolute, presentano anche degli svantaggi. L'handicap maggiore di un rebreather è il suo costo. I modelli CCR possono arrivare a costare alcune decine di migliaia di dollari e perfino un semplice SCR può costare 2.000 dollari o anche più. In cima alla lista si pone il costo dei materiali di consumo (ossigeno, diluente e ricambi dell'impianto di lavaggio), che possono costare, per ciascuna ora di impiego, più di quanto normalmente previsto per la ricarica di aria compressa di un circuito aperto.
Un altro potenziale svantaggio è quello concernente la scarsa disponibilità di dati riguardo eventuali casi di malattia da decompressione. I subacquei che utilizzano il rebreather spesso operano in situazioni che vanno al di là dei limiti previsti per i sistemi subacquei a circuito aperto. La dimestichezza con gli algoritmi impiegati per determinare i limiti di non decompressione è inferiore a quella dei sistemi a circuito aperto. Questo, poi, diventa particolarmente importante se la PO2 del ciclo di respirazione varia nel corso dell'immersione. L'uso dei rebreathers comporta altri potenzia­li rischi normalmente non correlati alla subac­quea ricreativa a circuito aperto. Poiché l'effi­cienza dell'impianto di lavaggio dipende dalle variazioni di temperatura e poiché i comparti dell'impianto di lavaggio hanno una capienza limitata, il rischio potenziale, per un subacqueo, qualora egli non segua gli adeguati protocolli o non prenda le opportune precauzioni, consiste nell'avvelenamento da anidride carbonica. Qualsiasi errore di procedura, compreso l'uso di un diluente improprio, dell'errata regolazione della portata in peso dell'ossigeno o di un ritmo di lavoro superiore a quello previsto, può provocare l'ipossia o la tossicità dell'ossigeno. Un'inadeguata manutenzione e l'uso improprio dei rebreathers hanno provocato la morte. Alcuni tipi di guasti all'apparecchiatura possono determinare altri potenziali problemi, comprese le ustioni provocate dai prodotti chimici dell'impianto di lavaggio della CO2 e le infezioni causate da un'impropria manutenzione degli impianti di respirazione. Questi rischi potenziali sono alla base dell'esigenza di un addestramento di tipo professionale per potersi immergere con il rebreather.
ADDESTRAMENTO PER IL REBREATHER
 Immergersi con un rebreather richiede uno speciale addestramento, ma, a differenza della subacquea ricreativa, la maggior parte dell'addestramento è dedicata specificamente al tipo di attrezzatura utilizzata. A causa delle sostanziali differenze presenti fra le varie unità di rebreather, diversità di manutenzione e di funzionamento, il subacqueo deve ricevere l'addestramento nello specifico tipo di rebreather che lui/lei intende utilizzare. Poiché la maggior parte delle unità impiega il nitrox, è fortemente consigliato imparare ad utilizzare il nitrox come prerequisito all'addestramento con il rebreather. Come per la subacquea ricreativa, l'addestramento di specialità per l'impiego del rebreather coinvolge tre fattori primarii studio della teoria, esercitazioni in "acque delimitate" e immersioni in "acque libere". In aggiunta, il programma comprende esercitazioni pratiche di manutenzione, per consentire all'allievo di svolgere correttamente le necessarie ed appropriate mansioni di preparazione e mantenimento. A causa delle proprie caratteristiche progettuali specifiche, immergersi con un rebreather è diverso dall'immergersi con un'attrezzatura a circuito aperto, e richiede abilità e tecniche differenti. Poiché l'aria esalata è convogliata nel sacco-polmone, i subacquei non saranno più in grado di procedere a fini regolazioni dell'assetto utilizzando il proprio volume polmonare. Con l'impiego del rebreather, anche esercizi quali la respirazione a coppia assumono una nuova dimensione. I subacquei che utilizzano il rebreather devono anche considerare una vasta gamma di emergenze e contingenze basate sulle molte potenziali disfunzioni e sugli eventuali guasti al sistema. Per concludere, per operare con il rebreather in piena sicurezza, è essenziale dotarsi di un sistema di respirazione di riserva completamente attrezzato.
 UN RESPIRO E VIA
Nell'epoca della società "usa e getta", è incoraggiante assistere all'emergere di una tecnologia dedicata alla conservazione, ma sia ben chiaro che tutto ciò ha un prezzo. I rebreathers hanno un costo d'acquisto ben più elevato rispetto a quello di un circuito aperto e, per la verità, noi poi dovremo eliminare le scorie dei processi chimici che avvengono nell'impianto di lavaggio della CO2. Ciononostante, se le vostre immersioni richiedono di operare in silenzio o tempi d'immersione maggiori, o non è possibile ricaricare le bombole subacquee, un rebreather moderno è l'ideale, giusto un respiro e via.

I su e giù delle immersioni
Il DAN studia gli incidenti e gli episodi
inerenti all'impiego del giubbetto ad Assetto Variabile (GAV), che rappresentano le cause più comuni di infortuni collegati alle attrezzature subacquee
Di Bob Rossier


II GAV dovrebbe essere impiegato solo per il controllo del proprio assetto. Gli incidenti spesso tendono a verificarsi allorché i subacquei usano il proprio GAV come dispositivo di sollevamento per recuperare àncore ed altri oggetti dai fondali. Se l'oggetto cade casualmente durante il processo di recupero, il subacqueo può andare incontro ad una risalita veloce ed incontrollata. Per recuperare qualsiasi oggetto dal fondo bisognerebbe sempre utilizzare gli appositi palloni da recupero. Il famoso detto "tutto ciò che sale, alla fine dovrà scendere" potrà essere vero per descrivere correttamente il mercato azionario, ma la maggior parte di noi si renderà perfettamente conto che non è altrettanto applicabile alle immersioni. Molto spesso gli oggetti cadono sul fondo e noi dobbiamo rassegnarci a non vederli mai più. Se siamo persone alquanto fortunate, questo non ci toccherà mai personalmente.
Tutti noi andiamo spesso un po' su e giù durante le immersioni, ma non c'è nessun problema se manteniamo il controllo attivo di tali escursioni. Nelle immersioni, mantenere il controllo della propria profondità è fondamentale e per far ciò è necessaria non soltanto una buona esperienza ed abilità, ma anche una attrezzatura adeguata, la conoscenza del suo relativo funzionamento e della cura e manutenzione appropriata per quella apparecchiatura specifica. I dati sui problemi relativi all'equipaggiamento in immersione sono difficili da ottenere, ma un rapporto australiano dal titolo Diving Incident Monitoring Study (DIMS), redatto per la SPUMS (South Pacific Undersea Medicai Society), ha fatto parecchia luce su queste problematiche.
Questo rapporto, che discute i primi 1.000 incidenti segnalati, presenta alcuni dati importanti ed offre diversi spunti interessanti. Tra le molteplici risposte, alcune sono quelle di carattere statistico che riguardano i problemi e gli incidenti riguardanti l'uso del GAV. Secondo i dati del DIMS, quindi, 457 sui 1.000 casi segnalati coinvolgono problemi con l'attrezzatura e più del 25 per cento di questi si sono rivelati causa di danni fisici al subacqueo. Tra tutte le attrezzature, quella di gran lunga più coinvolta poiché citata in più di 50 dei casi di incidenti e problemi correlati con l'attrezzatura, è il GAV.
 L'importanza della manutenzione del GAV
 A prima vista, non è una gran sorpresa che il GAV rappresenti la maggior fonte di problemi inerenti l'attrezzatura. Il controllo dell'assetto, infatti, è forse l'abilità più difficile da raggiungere per i subacquei. Inoltre, al giorno d'oggi i GAV si sono evoluti verso modelli più sofisticati e complicati, caratterizzati da sostanziali differenze tra loro, sia di carattere progettuale sia d'operatività. I problemi correlati al GAV possono derivare da un certo numero di fattori diversi, ma uno di questi è sicuramente la scarsa manutenzione. I GAV dovrebbero essere sempre accuratamente risciacquati dopo ciascun impiego, attentamente controllati prima di ogni immersione ed essere ispezionati annualmente da personale qualificato. Come descritto nel seguente episodio, la mancanza di un'adeguata manutenzione e del controllo del GAV prima di immergersi può sfociare in un malfunzionamento. Mentre un subacqueo stava risalendo da una profondità di 80 piedi (24 metri), la valvola di scarico della sovrapressione del suo GAV si è staccata. Apparentemente, la valvola non era stata stretta correttamente ed in acqua si è quindi completamente svitata, causando la perdita della guarnizione, della molla e della calotta di rivestimento. Di conseguenza il GAV, presentando un grosso foro, non ha potuto mantenere la tenuta d'aria. Il subacqueo è in ogni modo riuscito a controllare la sua risalita fino ad una piattaforma subacquea posta ad una profondità di circa 20 piedi (6 metri) dove, mentre eseguiva la sosta di sicurezza, è stato in grado di procedere ad una valutazione del problema. Un altro subacqueo aveva trovato le parti mancanti della valvola, ma poiché entrambi indossavano i guanti, non sono stati in grado di ri­ssemblare con successo il GAV in acqua. Tuttavia, malgrado il guasto, il subacqueo ha effettuato una normale risalita alla superficie ed è uscito dall'acqua senza conseguenze. Ma non tutti i subacquei sono così fortunati. Infatti, malfunzionamenti del GAV provocano spesso incidenti seri, correlati alla variazione di pressione. Secondo i dati del DIMS, quasi un terzo (17 su 48) degli incidenti di Patologia Da Decompressione derivano da un problema con il GAV. Inoltre, problemi con i GAV sono coinvolti nella metà dei casi di Embolia Gassosa Arteriosa a livello cerebrale (24 casi), di 10 dei 18 casi di barotrauma polmonare, di due casi di barotrauma all'orecchio o ai seni e di due dei tre casi di semi-annegamento.
 Guasti meccanici al GAV
 Un certo numero di problemi possono impedire l'adeguato funzionamento del GAV. Bisogna ricordare che un GAV è composto di meccanismi complessi, che normalmente contengono più parti mobili di quante ne contenga il vostro erogatore. E' ovvio che se un GAV è mal tenuto o non utilizzato da tempo, è probabile che possa verificarsi un guasto meccanico. Tali avarie possono determinare un blocco o un inceppamento della valvola di gonfiaggio. Così è accaduto, ad esempio, nel caso di un incidente riportato dal British Sub Aqua Club (BSAC). L'incidente ha coinvolto un subacqueo che utilizzava un rebreather. Un subacqueo ed il suo compagno avevano eseguito un'immersione a 85 metri (279 piedi) ed erano risaliti alla profondità di circa 50 metri (164 piedi), quando il meccanismo di gonfiaggio del GAV di uno di loro si è guastato, causando il gonfiaggio del dispositivo. Non riuscendo a risolvere il problema, il subacqueo ha effettuato una risalita incontrollata verso la superficie. Giunto in superficie, ha tentato di sgonfiare il dispositivo in modo da poter ridiscendere per completare le tappe di decompressione. Non riuscendovi, ha perso conoscenza in superficie ed è stato quindi recuperato a bordo della barca. I membri dell'equipaggio hanno tentato la rianimazione e si sono messi in contatto con la Guardia Costiera. Poiché il compagno stava ancora finendo la decompressione, la barca non poteva lasciare la zona. E' giunta un'altra imbarcazione ad aspettare che il compagno terminasse i suoi 83 minuti di deco e quindi il subacqueo infortunato è stato portato a riva. Sfortunatamente, non si è mai ripreso. Mentre un guasto della valvola di gonfiaggio è relativamente raro, i subacquei devono ricordarsi che nessun GAV funzionerà senza sufficiente aria, come può accadere quando la bombola è vuota o la frusta è staccata. Questo è il caso di un altro incidente segnalato dalla BSAC. Secondo il rapporto, un subacqueo che aveva appena completato un'immersione su un relitto ad una profondità di 50 metri (164 piedi), ha perso la maschera subito dopo essere tornato a bordo dopo l'immersione. Con circa 50 bar (735 PSI) d'aria rimanente, è tornato in acqua per recuperare la maschera. Secondo il rapporto, può essersi dimenticato di riattaccare la frusta di bassa pressione al suo GAV prima di rientrare in acqua. Il subacqueo non è più tornato. Altri subacquei hanno recuperato la vittima ed hanno tentato di rianimarlo, ma il subacqueo non ha mai ripreso conoscenza. Anche altri problemi, quali un foro nel corrugato del GAV o, più probabilmente, una perdita dall'attacco del corrugato al GAV o al meccanismo di gonfiaggio possono causare un malfunziona-mento dell'attrezzatura. Durante l'addestra­mento iniziale della specialità "Cave" (immer­sione in grotta), ai subacquei viene insegnato di controllare con attenzione il proprio GAV per verificare eventuali perdite provocate dall'allen­tamento del corrugato. Questo stesso controllo è altrettanto importante per i subacquei ricreativi in acque libere quanto per un subacqueo che s'immerge in un labirinto sommerso di 300 piedi.
Il Problema Maggiore: L'uso Improprio del GAV
 Purtroppo un elevato numero d'incidenti correlati al GAV non capitano a causa di un guasto meccanico, ma piuttosto quando l'utente non ha familiarità con il suo impiego o quando utilizza il GAV in modo improprio. Infatti, soltanto uno su sei incidenti correlati al GAV è dovuto a veri problemi meccanici. Tenendo conto dei molti modelli diversi prodotti dalle aziende e del numero di subacquei che noleggiano l'attrezzatura, non è sorprendente che i subacquei si trovino spesso ad armeggiare con un GAV con il quale hanno poca dimestichezza, e questo può condurre a gravi conseguenze. Alcuni sub non sono stati in grado di trovare il sistema di gonfiaggio, di distinguere tra il pulsante di carico e quello di scarico, e quindi non sono riusciti a sgonfiare il proprio GAV. La posizione, la forma ed il colore dei pulsanti di carico e scarico variano secondo il produttore, rendendo più difficile per i subacquei passare da un modello all'altro. I nuovi modelli, quali l'HUB della Dacor ed il Flight Contrai System della Cressi, hanno abbandonato il modello di corrugato tradizionale per passare ad un sistema di carico/scarico posto in un punto fisso. Altri problemi segnalati riguardavano la costrizione del torace, quando il GAV era completamente gonfio, ed una velocità di gonfiaggio e sgonfiaggio troppo lenta.
Come effettuare la manutenzione del vostro GAV
Per evitare eventuali problemi, si raccomanda di mettere in atto alcune precauzioni. In primo luogo, informatevi bene prima di usare un nuovo GAV o qualsiasi altro componente dell'equipaggiamento non familiare. Dedicate un po' di tempo, in piscina o in acque poco profonde, per prendere confidenza e rendere confortevole l'uso del dispositivo, prima di immergervi in acque libere. Accertatevi di sapere gonfiare e sgonfiare correttamente il vostro dispositivo. La maggior parte dei GAV è dotata di più di una valvola di scarico; è importante conoscerne l'esatta ubicazione, in modo da saperle utilizzare a prescindere dalla posizione che avete assunto sott'acqua. Controllate con attenzione il sistema prima di ogni immersione. Controllate i dispositivi di gonfiaggio manuale ed a bocca e quelli di scarico, per assicurarvi che i meccanismi funzionino regolarmente. Accertatevi che l'attrezzatura sia montata correttamente, che la bombola sia piena e che il dispositivo di gonfiaggio sia connesso alla fonte d'aria. Controllate che tutti i collegamenti del corrugato non presentino perdite e che tutti i tubi flessibili e le valvole di cari­o e scarico siano liberi da cinghiaggi ed accessori vari. Inoltre, accertatevi che il vostro compagno sappia come funziona il vostro GAV: in caso d'emergenza, può essere importante per lui o lei poter aggiungere o scaricare rapidamente l'aria. Se il vostro GAV è dotato di un sistema integrato di zavorra o di una fonte d'aria alternativa integrata, accertatevi che il vostro compagno sappia individuare ed utilizzare anche queste caratteristiche. Dopo l'immersione, sciacquate sempre accuratamente il vostro GAV e assicuratevi che l'attrezzatura sia sempre in buone condizioni. Il GAV dovrebbe anche essere controllato da personale specia­lizzato ogni anno.
E non dimenticate... Per concludere, il rapporto del DIMS ricorda ai subacquei che un GAV dovrebbe essere usato solo per il controllo individuale dell'assetto: quando i subacquei usano il proprio GAV come dispositivo di sollevamento possono capitare incidenti. Se l'oggetto che si sta recuperando dovesse cadere durante l'operazione, il subacqueo potrebbe andare incontro ad una risalita veloce ed incontrollata. Per recuperare gli oggetti bisognerebbe sempre utilizzare gli appositi palloni da recupero. Oltre alla corretta respirazione, durante l'immersione nulla è più importante dell'effettuare discese e risalite controllate e quindi niente è più rilevante, per la sicurezza di queste procedure, dell'attrezzatura appositamente demandata al controllo dell'assetto. Un GAV richiede consapevolezza, cura e rispetto. Se non gli dedichiamo queste attenzioni, può rivelarsi fonte di problemi.
 Le Statistiche del DAN:
 Dal "DAN Report on Decompression Illness, Diving Fatalities and Project Dive Exploration" del 2003.
Problemi Con l'Attrezzatura:
 Come ha fatto presente Bob Rossier, non tutti i problemi con l'attrezzatura provocano infortuni mortali. Nella relazione del DAN più recente sugli infortuni e sui decessi in immersione (basata sui dati del 2001), il Giubbetto ad Assetto Variabile (GAV) è stato chiamato in causa nel 13 per cento degli incidenti mortali (n=77), mentre l'erogatore o il sistema di zavorra nel 9 per cento dei casi ciascuno.
Errori di Procedura: Nel 60 per cento degli incidenti mortali riportati sono stati riscontrati problemi con l'assetto, nel 31 per cento è finita l'aria e nel 10 per cento è stata effettuata una risalita troppo veloce. Così come accade con i problemi inerenti all'attrezzatura, se capita un errore procedurale, questi non è necessariamente causa immediata di morte.
 Cause di Morte: Come in passato, l'annegamento (62 per cento) si è rivelata la causa di morte più comunemente riscontrata. L'embolia gassosa è stata segnalata nel 12 per cento dei casi e la Patologia Da Decompressione in due casi. L'anossia (mancanza d'ossigeno) o l'asfissia (carenza d'ossigeno, solitamente causata dall'interruzione della respirazione) si è presentata nel 6 per cento dei casi.